lunedì, 24 dicembre 2007

COMPAGNI DI MERENDE
Anche il noglobal Casarini si converte naturalmente a Berlusconi, via Mondadori: cosa che copre di discredito più Mondadori che Casarini, il quale prenderà i soldi, (“pochi”, si lamenta lui), dal sistema neofascista che pretendeva di sbaragliare (c'è tempo, compagno, avanti il prossimo). È il mercato, bellezza: che presto o tardi ti integra, ti addomestica. Certo, con certi rivoluzionari cartonati che non aspettano altro, è più facile. Questo, comunque, è solo l'epilogo provvisorio di una storia che non finisce mai, e che ho tentato – in splendida solitudine – di raccontare in un libro uscito nel 2004, che si guadagnò qualche (famigerata) attenzione a dispetto di chi lo aveva prodotto, uno stampatore millantatosi per editore senza riuscire a staccarsi dal suo metro e mezzo di statura. Siccome torniamo ad ascoltare le solite canzoncine di paglia per giustificare una incoerenza oscena (in effetti la coerenza interna, fare soldi per fare soldi per fare soldi, è salva), vien voglia di ripubblicare qui, aggiornato, riveduto e corretto, il capitolo centrale di quel libretto maledetto.

Reagiscono male gli oppositori di regime quando gli ricordi che loro, col regime, volere volare, ci fanno affari: e mettono in campo sempre la solita serie di ragioni che frusciano come paglia, che a volte alzano polvere, ma non convincono. Perché alla fine è sempre questo che conta: chi fa i soldi grazie a chi.
Breve rassegna delle ragioni di paglia più gettonate (e più impunite).

Gli faccio la lotta dall’interno/1
Beata presunzione! L’imperatore, anche se a volte s’impegna molto per dimostrare il contrario, non è affatto stupido, è scaltrissimo e la lotta sa sempre come vincerla: alzi la mano chi sa citare un solo caso di strategia troiana conclusasi con successo ai danni di quel lottatore durissimo, inesauribile che è Berlusconi. Incuranti di tanta insidia, i nostri rivoluzionari formato famiglia, paghi due porti via otto, intonano il coro camillino: Hic manebimus optime!, dopodiché, per giustificare l'ingiustificabile, sbandierano lenzuola di niente che dimostrano, a contrariis, il famoso assunto di Wittgenstein: “ciò che si sa, si può dire in tre parole”. Se la voce esce dal megafono dell’autocrate, che credibilità ha? Quale modo sia mai quello di fargli l’opposizione facendogli fare i soldi è impossibile da capire, anche perché è difficile augurarsi sul serio la caduta di uno che, piaccia o non piaccia (ma piace), i soldi li fa fare anche a te. Insomma siamo sempre alle tessere del Partito per poter lavorare: oggi ci sono i contratti ma la sostanza non cambia, gli intellettuali disposti ad accettare il confino mediatico sono pochi, maledetti e sbeffeggiati. Meglio dentro, meglio sotto la gonna del potere. Letterati, o molto presunti tali, che hanno rimosso o mai conosciuto il padre Dante: “Né pentere e volere insieme puossi, per la contraddizion che nol consente”. Ma forse questi vogliono e non si pentono. Sta di fatto che nessuno potrà mai convincere nessuno che Berlusconi mantiene, masochisticamente, rapporti d’affari (chè di questo, stringi stringi, si tratta…) con chi rischia di danneggiarlo, indebolirlo o impoverirlo: il cavaliere è un perfetto uomo d’affari, quello famoso che venderebbe frigoriferi agli esquimesi e se tiene qualcuno in scuderia è sempre per un suo tornaconto: e questo è quanto.
Gli faccio la lotta dall’interno/2
Ma poi è davvero così obbligatorio, fatale, inevitabile incistarsi nel berlusconismo per combatterlo?
I media siamo noi, non Berlusconi, lui ha solo piantato una bandierina sull’iceberg della informazione; non ha alcun controllo su ciò che sta sotto, è lui quello debole e isolato: smettiamola con le geremiadi sul monopolio, basta parlare di conflitto d’interessi. Non odiate i media, siate i media!
Suggestiva, ancorchè sconclusionata e peraltro non inedita, tesi di sapore vagamente collettivista questa della promozione generale per meriti politico-ideologici: dopo “todos caballeros”, “todos informadores”. Peccato che qualche Masaniello tinto di rosso confonda, apposta, l’informazione col vaniloquio da piazza o da osteria, sia pure telematica: una dimensione che fatica a uscire dal suo guscio virtuale, provvidenzialmente perché i contenitori informativi su internet sono semmai pentoloni infernali dove ribolle in libertà di tutto, senza che alcuno ne sia responsabile e senza garanzie di serietà, senza il benchè minimo filtro almeno in funzione dell’attendibilità, della verifica delle fonti, della serietà. La chiamano informazione, ne è l’esatto contrario. E forse non è un caso che per diffondere siffatti stravaganti appelli all’autonomia mediatica, autonomia da Berlusconi, gl’interessati usino volentieri i media di Berlusconi, come le sue case editrici, i suoi giornali e, se capita, le sue televisioni. Da cui l’opportuno invito a farla finita con il conflitto d’interessi: secondo i Masanielli-affaristi non esiste, anche se l’Europa e il mondo se ne angosciano: ha le traveggole, tra gli altri, anche il Consiglio d’Europa, secondo il quale “Il conflitto d’interessi tra la carica politica del signor Berlusconi e i suoi interessi privati nell’economia e nei mass media costituisce una minaccia al pluralismo degli organi d’informazione”. Ma i nostri rivoluzionari per fiction, tutti approdati nei sancta sanctorum delle case editrici “del regime”, da dove possono addirittura cooptare i compagni promossi romanzieri per esclusivi meriti sovversivi (a dispetto, magari, di autori seri ma colpevoli di essere pure persone serie, con la fedina penale immacolata), tutto questo pericolo non lo vedono. Chissà se è questa squallida, gretta lobby di sottopotere all'interno di un potere, il pluralismo, la democrazia che sognavano; chissà che ne dicono di una situazione per cui se fai il noglobal arruffapopoli sbarchi direttamente su Mondadori, per una volgarissima questione di mercato. Con “comunisti” come questi, il cavaliere può dormire, sia da politico che da imprenditore, sonni tranquilli.
Ma tanto è tutto suo
Non proprio: molto, moltissimo è dell’imperatore: tutto, ancora no. E se per un esordiente, a qualsiasi titolo, non è certo il caso di andare per il sottile, il discorso cambia per chi ha già una affermazione professionale alle spalle. Perché ha un margine di scelta più forte quanto più è salda la sua posizione. Quale best-seller non troverebbe aperte le porte di una casa editrice diversa da Mondadori, solo a volerlo? E comunque qui si invertono, con ipocrisia persino desolante, i termini della questione: tutto diventa di Berlusconi se tutti fanno la fila per essere ammessi nel suo impero o per restarci; in questo gioco, l’imperatore finisce per diventare più un effetto che una causa, perché se sotto il suo impero non tramonta mai il sole la responsabilità è anche di quanti, potendolo, non fanno nulla per arginarlo e fanno, invece, molto per allungarlo un altro po’. Proviamo a ragionare con un piccolo paradosso: che accade se tutti si rassegnano alla finta logica del “tanto è tutto suo”, se tutti corrono a firmarci contratti? Che tutto sarà sempre più suo, inclusa la gestione del mercato, della comunicazione, della democrazia e della censura. Lui è il padrone, e pretendere che un padrone non si comporti come tale è una purissima utopia. È tanto difficile da capire?
Poter contrattare con lui è una dimostrazione di libertà
Sarebbe a dire? Dovrebbe essere forse il contrario? E poi, quale libertà? Quella di chi ci fa affari? Non certo quella di chi si trova davanti a una scelta obbligata. Prendiamo il caso del Pinocchio di Benigni: quanti spettatori antiberlusconiani si saranno risolti con un leggero mal di stomaco ad infilarsi in qualche sala del presidente del Consiglio per staccare i biglietti i cui proventi vanno in parte al proprietario della sala e in altra parte al distributore targato “Medusa”, pur di non rinunciare all’opera di un artista che magari seguono da anni? Questa è libertà? Siamo sempre sicuri che una figura culturale, un artista, un intellettuale, uno con un seguito non debba mai preoccuparsi delle conseguenze delle sue scelte, della coerenza di fronte a quel pubblico che gli ha consegnato, oltre al successo, quella “possibilità di libertà”, ovvero di contrattare, di cui si fanno scudo?
Così fan tutti (anche detto: le società del cavaliere sono piene di “compagni”)
E allora? Basta un assunto così banale a mondare la propria incoerenza? Chi l’ha detto che un mal comune è sempre un mezzo gaudio? E se fosse, invece, un male al quadrato, al cubo, un’epidemia? E poi: che razza di guittata dialettica sarebbe strumentalizzare “la ggente” di sinistra, che magari consiste in umili maestranze che non possono permettersi di lasciare un lavoro perché hanno bocche da sfamare, insomma che non hanno margini di scelta, per legittimare le decisioni interessate di chi, al contrario, possibilità di scelta ne ha fin troppe ma si guarda bene dall’usarle? Se invece vogliamo intendere che, anche nell’intellighenzia di sinistra, sono in molti ad essere incoerenti, o magari indecenti, o almeno un po’ opportunisti, allora nulla osta… Ma a siffatti intellettuali da scuola dell’obbligo, basta rispondere con l’illuminante intervento del critico e scrittore Franco Cordelli su “l’Unità” del 29 febbraio 2004: “Voi davvero ritenete che Einaudi sia, di Berlusconi, solo una proprietà? Io invece penso, benchè non possa dimostrarlo, che nella sua essenza, in quanto anima bella della cultura italiana, sia un editore ideologico, abile oggi nel mascherare la propria ideologia populista”.
Se bastasse togliersi dalle sue aziende per risolvere il problema Berlusconi, sarei il primo a farlo.
Questa è deliziosa da sentire e, più ancora, da demolire. Anzitutto per quel vago delirio d’onnipotenza che tutt’intorno spande; poi per l’abilità, ma neanche poi troppa, con cui dirotta il succo del discorso: invece d’incaricarti di “risolvere il problema Berlusconi”, perché non ti limiti a risolvere il tuo di problema: quello di chi prende soldi da uno che giudica nefasto, che dice di combattere ogni giorno per tutelare, nientemeno, la democrazia vacillante nel Paese. Concettualmente, la storiella ne ricorda un’altra: quella dei tre sulla riva del mare, che vedevano un omone annegare: “Aiuto! Aiuto! Non so nuotare!” gridava quello, e uno dei tre: “E’ grosso: da soli non ci si riesce. Se solo trovassi altri due disposti a buttarsi con me per ripescarlo…”. E il secondo: “Hai ragione: ce ne vorrebbero altri due”. E il terzo: “Io, se ne trovassi altri due, mi sarei già tuffato”. E intanto che si cercavano, l’omaccione affogava…
Il mio impegno di sinistra è fuori discussione
Questo è vero: nel senso che non c’entra assolutamente nulla neppure a infilarcelo con la forza bruta, l’impegno di sinistra, vero o presunto che sia. Qui non si tratta di rivendicare patenti ideologiche, ma di rispondere ad una incongruenza: se ti disturba tanto il “regime putrido”, la “mancanza di alternativa”, il “monopolio che non lascia scampo”, la “destra reazionaria”, il “sistema capitalistico”, perché finisci col farci affari? È meglio, davvero meglio se non ce lo facciamo entrare l’impegno di sinistra; ma se proprio ‘sto impegno di sinistra dobbiamo sbandierarlo, questa non pare davvero l’occasione migliore: che impegno è quello di chi conciona, “dice cose di sinistra” e poi fa cose “di destra”, cioè gli affari col (presunto) Nemico Numero Uno della (presunta) sinistra?
E’ un problema anche per me
Bravo: e quanto ci metti a risolverlo? O aspetti che si risolva da solo?
Ci ho pensato molto, e ho concluso che alla fine la mia coerenza interna era salva
No comment.
Sarà il pubblico a decidere
No comment. Anzi sì. Anzitutto il pubblico non decide niente, prende atto: hai già deciso tu. Inoltre l’appello alla piazza plebiscitaria, opportunamente orientata, ha assai poco di democratico e molto di demagogico e peronista, proprio come il presidente-imperatore che preoccupa il resto del mondo ma non le anime belle che a lui ricorrono, gementi e piangenti.
Non raccogliamo questa provocazione
Quale, di grazia?
Berlusconi dall’antiberlusconismo trae solo vantaggi
Ah, ecco: è il berlusconismo, a indebolirlo. Cretini tutti quelli che credevano il contrario, che un avversario lo si combatte combattendolo. Invece lo si sbaraglia agevolandolo e, appena si può, facendoci affari. Pensare che era così facile.
C’ero prima che arrivasse lui, ci sarò quando non lui ci sarà più
Complimenti e auguri per la pretesa immortalità. Se non che, c’è un piccolo problema: lui, nel frattempo, ha incarnato la più formidabile situazione di anomalia democratica del pianeta; lui, nel frattempo, è un capo di partito e, ogni tanto, un capo di Governo che (in modo discutibilmente democratico) orienta, condiziona, decide e impone scelte politiche, di tutti, in tutti i campi e contemporaneamente scatena gli stessi effetti nell’economia, nel privato, nel mercato. Non basta ancora?
Però tu i libri Mondadori li leggi, le reti Mediaset le guardi
E così ti faccio un favore. Oppure tu, artista o intellettuale, parli, scrivi, reciti, canti & balli perché la gente non ti ascolti, non ti legga, non ti veda, non ti compri? Per cui, scegli: o boicotto pure te, oppure ti e mi metti nella condizione di poter scegliere con coerenza. In ogni caso, non puoi rinfacciare a me le conseguenze di una opzione che dipende tutta da te.
Allora dovresti cominciare tu a fare a meno di computer, e-mail, telefonini e di tutti i prodotti delle multinazionali.
La presente coda di paglia, già sfiorata poc’anzi, è il caso più tipico, benché astruso, di trucchetto dialettico, si sia letta o meno “L’arte di avere ragione” di Schopenhauer. Consiste nell’eludere la questione mescolando due piani logici solo apparentemente comparabili (Berlusconi è ricchissimo e onnipresente, quindi è come le multinazionali). In realtà la forzatura è palmare: i telefonini, i computer e tutti gli altri feticci della globalizzazione con Berlusconi c’entrano come Berlusconi con la democrazia e il pluralismo: in modo tangenziale, indiretto, e per nulla scontato. Tutto sta a volere: la dittatura dei computer non è più evitabile, quella di Berlusconi per il momento ancora sì e ci corre una certa differenza (la stessa che corre tra pagare ed essere pagati) tra la necessità di stare semplicemente al mondo, alla meno peggio, e l’opportunità di farci stare, sempre meglio, uno che già ci sta benissimo, e in modo talmente ingombrante da suscitare giustificati timori per il suo stra e prepotere. Viaggiamo, oggi più di ieri, verso l'uomo a una dimensione? Forse, ma per colpa di troppi ominicchi che a quella monodimensionalità si conformavano fingendo di ribellarsi.
Perché, pubblicare con Agnelli (sic) è diverso?
In punto di logica, sì, certo. Qui non si tratta della critica marxista al capitale, per cui non usciamo – apposta – dal seminato, per favore. Certo che è diverso. Agnelli, Feltrinelli, Longanesi, Pirelli (par di sentire il “Nuntereggae più” dell’immenso Rino Gaetano) o qualsiasi altra grande compagnia, per quanto ramificata, non ha mandato il suo padre padrone a fare il presidente del Consiglio, a vivere in perenne conflitto d’interessi, a fare leggi (oscene) pro domo sua, a gestirsi in splendida solitudine la totalità della comunicazione e informazione televisiva, di gran parte di quella stampata, del Parlamento, del Governo e di una buona fetta dell’economia. Inoltre, questo modo di ragionare sarebbe incredibile già per un liceale ripetente, non diciamo per un artista e soprattutto un intellettuale o uno scrittore: il che la dice lunga del livello medio delle suddette categorie in questo Paese.
Non è demonizzandolo che il problema si risolve
Infatti qui non si demonizza chi sta in cima all’impero: si chiede coerenza a chi dice di non gradire l’imperatore, di temerlo, di combatterlo e però, da nessuno costretto, bussa alla sua porta, evidentemente per una qualche contropartita. In assenza di demonizzazioni, e ferma restando l’insindacabilità di quanti fermamente decisi a non resistere, resistere, resistere, qualcuno ha qualche idea per risolvere il problema?
Se dovessimo non lavorare con qualche società di Berlusconi allora non dovremmo lavorare neppure in Rai. Il vero problema è l’anomalia italiana, che vive in una situazione di monopolio totale
Alla quale, si potrebbe rispondere al divetto prezzolato di turno, tu contribuisci per la tua parte. Ora, premesso che c’è una leggera differenza tra una impresa posseduta da un privato presidente del Consiglio e una azienda (ancora) pubblica come la Rai, controllata dal presidente del Consiglio privato, resta il fatto che affermazioni come quella di cui sopra spandono un inconfondibile aroma di cialtronaggine: vuoi perché sono evidentemente contraddittorie in se’, vuoi perché se un vero problema c’è, non è assecondandolo che si risolve. In realtà la questione va oltre la Rai e chiede, a chi ce l’ha, almeno una dose minima di buon senso: dato per scontato che, nell’economia globale delle catene finanziarie, un impero può avere stanze comunicanti con altri imperi, pare intuitivo che collaborare per il Corriere della Sera, tanto per fare un esempio, difficilmente potrà configurare un rapporti d’affari con Berlusconi anche se lui, per vie societarie, è interessato ad una parte di Rcs/Corriere; altra cosa è concordare un ingaggio con Mondadori continuando a latrare contro Berlusconi. Siamo seri, signori divetti!
Il vero problema è creare una vera alternativa forte al potere berlusconiano, per avere più forza sul mercato
Variante, solo apparente, alla coda di paglia precedente. È perfino ovvio che non ci sarà mai alcuna alternativa, nemmeno debole, nemmeno virtuale se invece di crearla tutti s’intruppano nell’impero del monopolista. La concorrenza è il primo principio del mercato, ma se corrono tutti da chi ha ammazzato la concorrenza e soffocato il mercato, di quale alternativa si vuole poi cianciare?
Ci sono problemi ben più gravi al mondo
Questione di punti di vista. Sta di fatto che il mondo, tutto, è sempre più preoccupato per la situazione italiana, che sempre meno riesce a capire e a giustificare. Ha scritto il New York Times: “Per molte persone che non vivono in Italia – e sicuramente per molti americani – è difficile capire come il primo ministro italiano Silvio Berlusconi riesca a rimanere al potere”. Difficile all’estero, facilissimo in un Paese dove chi scassa, di solito, incassa.
Se mi togliessi, farei un torto ai tanti che lavorano per Mediaset
A cominciare da te stesso. Un po’ di dignità, se ancora ne resta: altrimenti per questa strada impercorribile finiamo a difendere qualsiasi cosa, dalle banche che finanziano i commerci d’armi alle multinazionali che sfruttano i ragazzini nei quattro angoli di mondo, fino ai più turpi settori mercantili. Tutto ha un indotto, ma è questione di assumersi, se non fa troppo schifo, le proprie responsabilità etiche.
Tu vorresti che Mediaset e Mondadori sparissero
Questa è la più insidiosa, perché la più ipocrita e vittimista. È d’effetto in quanto apocalittica, ma si fa presto a smontarla. Anzitutto, la critica non va a Mediaset e/o Mondadori in quanto tali (o in quanto possedute da Berlusconi – sono, anzi, fior d’industrie a prescindere da come sono state partorite o acquisite: nessuno potrà negare che il loro mestiere, fare soldi, produrre ricchezza, lo sanno fare egregiamente). La critica non va nemmeno a quanti firmano in genere per Berlusconi (che magari approvano, e sono ovviamente liberissimi di farlo). La critica, fermo restando che semplicemente di tale si tratta e non di veto o proscrizione (la democrazia postula perfino l’antidemocrazia, purché non praticata), va a quelli che dicono di non sopportare, peggio, di temere Berlusconi e poi gli si consegnano contrattualmente, sottostando a inevitabili censure e aiutandolo a rafforzarsi; quantomeno, portandogli un lustro e una immeritata patente di democratico. E Dio solo sa se Berlusconi ha bisogno d'esser rafforzato. In una parola: la critica non va all'editrice, ma, semmai, all'edito, del quale troppo spesso non si capisce il curioso masochismo che lo porta a intrupparsi con una realtà che dice di temere.
Non accetto questa intransigenza da talebano
Fai bene, perché qui i talebani non c’entrano proprio o, se c’entrano, è dalla parte opposta. Quelli erano una casta di tiranni che conculcavano, e continuano a farlo, le libertà fondamentali, da quella di pensiero e di espressione alla dignità umana per le donne, fino alle proibizioni paranoiche contro gli aquiloni, per approdare alle torture sui bambini. Parlare di “talebani” in Italia non suona stonato: suona assurdo. Ma se il chiedere conto di una clamorosa contraddizione come prendere soldi (o comunque ricavarne) da chi si dice di avversare (e se mai di temere, e di non voler rafforzare), basta ad esser battezzati come “talebani”, allora è proprio il mondo alla rovescia: conviene prendere la Costituzione con tutte le sue libertà, facoltà e diritti incluso quello di critica, e usarla per avvolgerci i salumi, o i soprusi, che è esattamente quel che l’imperatore punta a fare, e fa. In effetti, l’accusa va rispedita ai mittenti: sono loro i talebani, fondamentalisti dell’incoerenza e del proprio comodo, che, se sindacati, diventano feroci (però non rispondono).
Uso le sue strutture per dire quello che mi pare: l'importante è che arrivi il messaggio
Che di solito non viene precisato, così come la presunta direzione. Per il princìpio dell'ipocrita, la presente coda di paglia viene agitata con forza proporzionale alla collocazione "a sinistra" di chi la agita. Più stanno "di là", più si sbattono "di qua", affidandosi ai megafoni del più clamoroso demonizzatore (in apparenza) della sinistra di tutti i tempi. Ora, a parte le implicazioni di ordine morale, che sconsiglierebbero una strategia così ambigua, non si hanno notizie di apprezzabili risultati mentre non mancano i precedenti catastrofici: altrimenti non si spiegherebbero gli alti lai dei martiri di professione, che nel tempo hanno costruito una lucrosa carriera sulle censure subite, qualche volte cercate, più tardi rientrate, salvo dimostrare a tutti che il crimine del Cavaliere stava nel temerli, trasformando un drappello di guitti innocui in un'armata di assai presunti combattenti per la libertà. Conveniva lasciarli liberi di smarronare, che si distruggevano da soli, come è avvenuto non appena riammessi al banchetto televisivo.
Non ho avuto alcuna censura, ho potuto dire/fare tutto quello che volevo
Bugia. O almeno non-verità. Nel senso che le censure semmai non arrivano dove non serve farle arrivare. Per esempio, in ambiti tuttora minori come internet, la produzione libraria (ma non tutta) o quella teatrale (ma non tutta). Senza contare che, sapendo con chi hanno a che fare, gli eroici rivoluzionari della situazione sanno già come autocensurarsi in via preventiva, barattando Parigi per una Messa cantata dai critici/e compiacenti, i criticuzzi/e da blog che fanno pappa & ciccia mercantile con gli autori che dovrebbero soppesare. Uno dei vantaggi acquisiti del poter uscire con Mondadori, infatti, non consiste tanto nei soldi e negli ingaggi (che pure pesano) quanto nella matematica garanzia di ottenere buona stampa, recensioni entusiastiche, poche insignificanti stroncature quando ci sono; insomma, di venire esaltati come nuovi Simenon, senza che nessuno possa eccepire nulla su nulla, se non vuole giocarsi il posto sul giornale. E questa è la forma più antidemocratica, più fascista di conformismo, da parte dei masanielli della rivoluzione letteraria e non.
Questo è il mercato, è assurdo e impossibile restarne fuori.
Se così è (ma non è proprio così: il mercato non è fatto esclusivamente di Berlusconi), prendiamone atto. Ma questo non significa, allora, arrendersi all'evidenza di un crollo, firmare sotto la scomparsa di quella fatale alternativa, il comunismo, l'economia dirigista, che ancora sbandierate, che ancora ostentate di voler riesumare, da Casarini in poi? Che fate? Sbandierate e intanto seppellite? È così che la preparate, la vostra via d'uscita? Oppure aspettate tempi migliori e intanto contate gli anticipi, lamentandovi, magari, perché sono pochini?
Lo considero un risarcimento
Oh, bella: e per cosa? E alla dignità, se mai, quale prezzo darai?
Il problema è un altro: vogliamo parlare (per esempio, ndA) dei compagni e le compagne ingiustamente detenuti in carcere?...
Bla, bla, bla. Ma quanto ti servono, a pararti le chiappe, quelli che stanno “ingiustamente” dove stanno, magari proprio per aver dato retta ai tuoi vaneggiamenti strategici? Loro dentro una cella e tu dentro la casa editrice di quelli che hanno spedito dentro i compagni e le compagne? Che fanno: passano il tempo delibando il tuo personale e non cedibile “risarcimento”?...
Il problema è un altro/2
Ma certo, si capisce, figurarsi, per carità, il problema è sempre un altro. “Mancherebbe”, come diceva Franca Valeri...

(tratto e corretto da “C'era una volta un re”, 2004)

Massimodelpapa

altri riferimenti su questo stesso blog agli articoli:
“Per quanto ancora crederete al mio bluff?”, del 20 marzo 2007
Ecco come andò, del 7 febbraio 2006
e sul blog principale, “babysnakes”, all'articolo:
M'accuse, del 15 dicembre 2007

postato da: ABSOLUTELYFREE alle ore 11:02 | Permalink