L'allora ministro Mastella tempo fa ha avuto (lui o chi per lui) la malaugurata idea di uscire dalla autoreferenzialità del potere ed aprire un blog, lasciandolo aperto ai commenti: è stato immediatamente bersagliato da provocatori, rigorosamente anonimi, che dietro pseudonimi volgari hanno ingenerato in lui una ansia paranoica di difendersi, spiegare o ribattere ad affermazioni fantasmagoriche di fantasmi. Incantesimo per il quale è stato ferocemente irriso dal tribuno della rete Beppe Grillo. Data per scontata l'arretratezza congenita della politica in genere verso i nuovi scenari, percepiti, in modo superficialmente utilitaristico, come semplici veicoli di propaganda, Mastella ha semplicemente scoperto che le regole di internet non seguono quelle, per quanto ciniche, della polemica politica, per la semplicissima ragione che non esistono, la rete è tuttora una pentola che ribolle la sua schiuma in un vuoto normativo e, peggio di tutto, culturale: così pretende la vulgata pseudolibertaria del web che confonde per ignoranza o per malizia il significato millenario attribuito alle parole: la democrazia come incontrollata libertà di imperversare, le regole, che della democrazia sono il fondamento, come manette alla creatività e all'indipendenza invece di criteri, universalmente validi, in grado di far crescere armonicamente la collettività in un determinato contesto associato.
Su internet tutto si può fare? È da vedere, così come è da stabilire che questa, ammesso e non concesso che sia la realtà, sia una condizione felice, il migliore dei mondi possibili. Atteso che, per scienza assodata, “tutto a tutti” è un non-senso, una utopia impossibile in concreto, resta da verificare, anche in rete, “che cosa a chi”: e in un sistema asistemico, nel vuoto pneumatico di regole e di criteri, “che cosa a chi” si risolve fatalmente in “molto a pochi”. L'esatto contrario della democrazia, in quanto è una minoranza di “più uguali” a condurre le regole del gioco, dove per più uguali si intende più potenti, quelli che meglio conoscono le regole tecniche, d'uso del mezzo, e che, parallelamente, meglio eludono le regole sociali, legali (per analogia) o di civiltà. Chi si muove a proprio agio coi computer e nella rete, insomma. Ne deriva una società dissociata, una non-società rivendicativa e infantile, di soli “diritti” (che si autoaffermano senza basi logiche né etiche) senza doveri di contrappeso. Il calcolo fra costi e benefici di una simile situazione offre risultati sconcertanti, involventi, che riportano all'emergenza del tipo umano del “bambino viziato” di cui parlava Ortega y Gasset: un essere irriconoscente, teppistico, che si ritiene onnipotente, al di sopra del bene e del male, che tutto si aspetta per diritto divino, e che non si sente minimamente solidale con le condizioni che gli assicurano i benefici pretesi. E che l'inerzia generale contribuisce a rafforzare in tali convinzioni.
Domanda: coincidendo questi esperti, spesso, con truffatori e malfattori in genere, se ne deve dedurre che basta la loro competenza, ancorché rivolta al peggio, a legittimarli in quanto tali, nel silenzio delle regole? Il fatto che “ci sappiano fare” li legittima a svuotarci il conto in banca? No di certo. Lo si capisce senza sforzo perché il danno emergente in questo caso appare come evidente, concretissimo e attualissimo. Ma dove sta scritto che un patrimonio di reputazione e di dignità vale meno di un patrimonio in denaro?
Altra questione, più generale: che succede se si inverte il percorso tecnico-storico da società reale a virtuale, se è quest'ultima a ri-generare e a trasformare quella che l'ha necessariamente partorita? Che accade se un onnipotente (si fa per dire) in rete viene calato in un contesto concreto, a scuola, per strada, sul tram o in coda a uno sportello, o alle prese con una delle infinite piccole contrarietà quotidiane, che esigono regole e paletti?
È la domanda delle domande, cui nessuno sembra interessato a fornire una risposta. Forse perchè rischia di suonare terrificante. Ci si accontenta, quando proprio si ha coraggio, di girarci intorno. Giriamo intorno anche alla risposta, per non infierire: se democrazia è scommessa del e sull'homo sapiens, se l'homo sapiens diventa insipiens, se torna homunculus, per quanto tecnologicus, la democrazia lo segue.
Fino a che non passerà, come acquisizione culturale, il valore dell'autografia in rete, ovvero il princìpio che la rete non può essere una palestra per il sabotaggio, temo che ogni difesa diversa dall'autotutela giudiziaria (il più delle volte sterile in sé, come andrò a spiegare) non avrà ragion d'essere, per difetto di presupposto. Purtroppo internet è una dimensione ancora acerba, condizionata da una impostazione, una weltanschauung immatura che ha ingenerato l'assurda o interessata convinzione per cui “anonimo è bello”, “anonimo è giusto” (o di moda, o quello che sia; comunque un metavalore assurdamente positivo). Rete e anonimato viaggiano ancora uniti, e questa è la più clamorosa sconfessione della vulgata che equipara rete e democrazia. Democrazia non è mancanza di controllo, diciamo meglio: di autocontrollo collettivo: è l'esatto contrario. Democrazia non è anarchia, assenza di regole: è precisamente l'opposto, perchè per non essere soggetti a nessuno in particolare non c'è che essere soggetti, tutti, alla legge generale: che, di passata, tutela anzitutto i più deboli. Non è che accendendo un computer le regole di una buona società, di una “buona città”, debbano necessariamente cambiare; quantomeno, non è obbligatorio cambiarle, non fino a che non viene proposto qualcosa di meglio, di più funzionale, di più su misura. Ed è indubbio che questo qualcosa, finora, nessuno ha saputo proporlo. Quello che resta fermo, reale o virtuale che sia il mondo, è che non c'è democrazia senza libertà, e non c'è libertà con l'anonimato. L'anonimato può avere una sua ragione nei regimi liberticidi, come in Cina dove chi afferma qualcosa (anche in rete) può ritrovarsi da un momento all'altro in galera o sulla forca; in Italia, fino a prova contraria, questo pericolo non c'è, e dunque l'anonimato può servire solo ad alimentare diffamazioni e invenzioni, sanzionabili con gli estremi giudiziari. La situazione ha pesanti ricadute sul modo in cui viene percepita la democrazia, intesa anche come facoltà di esercitare i propri diritti civili.
Se davvero la rete e la tecnologia che la alimenta sono gravide di una rinnovata dimensione democratica, vagheggiata come “democrazia elettronica”, come mai negli ultimi dieci anni, coincidenti col periodo di espansione del web, la tensione politica nei cittadini, non solo italiani, si è progressivamente affievolita? Come mai la fiducia non solo nelle istituzioni democratiche, ma nella stessa capacità di riformarle “dal basso” è andata scemando? Come mai i cittadini esorcizzano il proprio scetticismo verso le istituzioni, per il tramite dei partiti, con sempre più massicci quanto effimeri sfoghi di populismo elettronico, destinati ad esaurirsi in transitorie tempeste di invettive?
La risposta non è complicata: sta nella immutabilità degli assetti di potere, delle gerarchie decisionali: noi possiamo avere gli strumenti più progrediti, la banda larga più evoluta, la conoscenza tecnica più approfondita, ma se le istituzioni, centrali e periferiche, nicchiano nel lasciar condividere i processi partecipativi, se, come è finora accaduto, le procedure amministrative a portata di clic restano quasi al palo, involute, malfunzionanti (e certo non per caso o per mera trascuratezza – sei miliardi di euro, ha bruciato in Italia finora l'informatizzazione della burocrazia, senza risultati apprezzabili), al cittadino-fruitore la rete non servirà che per sfogarsi, in uan comunicazione pressoché univoca, a vicolo cieco, senza apprezzabile ritorno.
Perché la e-democrazia funzioni, come in ogni democrazia, occorre che a decidere siamo in due: e che l'altro non sia malato o, a vario titolo, impotente. Il processo, conosciuto come “sviluppo asimmetrico”, è assai funzionale ai regimi non democratici quali la Cina, dove internet serve a controllare più che ad estendere la partecipazione; o come l'Italia, dove finora è servito a illudere e a stordire, oltre che a fornire un massiccio ricorso alle truffe e alla malefatte pedopornografiche. In breve, internet è un treno che, per come si sta involvendo e stabilizzando, rischia di essere perso. Quantomeno nel nostro Paese. Una occasione sprecata: se è vero che chi inventa la barca inventa anche il naufragio, ebbene siamo ancora al naufragio delle buone intenzioni, tolte quelle di chi – multinazionali, potere politico, potere criminale – partiva da una posizione di forza, corroborata da una sperimentata spregiudicatezza nell'usarla. Non sarà inutile ricordare che tuttora la metà dell'immane traffico su internet è monopolizzata da sole tre enormi compagnie. Al popolo elettronico, la (magra) consolazione dei myspace, i blog, i forum dai quali predicare nel deserto, o quasi; non a caso, l'unico settore che la rete ha saputo sviluppare in modo sensibile, ambiti criminali a parte, è stato quello dei commerci, dei baratti. E-bay è la comunità più estesa, più condivisa (e oggi peraltro in crisi per avere cambiato – chi? - le regole del gioco in modo unidirezionale, autoritario, senza una consultazione dei suoi fruitori). Un po' poco per parlare di democrazia, a maggior ragione “dal basso”: siamo alla democrazia dello spendere, forse. Non a quella del decidere. Siamo al mercato globale, e si capisce: non alla partecipazione globale (autentica). Un po' quello che accade, guardacaso, nel liberismo senza democrazia di stampo cinese. Nevrosi e alienazioni (da iperconnessione) comprese. Resta, pertanto, un sospetto: internet, nata quale tecnologia militare, è servita, doveva servire, alla democrazia o al capitalismo autoreferenziale? Stefano Rodotà, citato da Daniele Pittèri nel recente “Democrazia elettronica” (Laterza, 2007), ha definito i 7 peccati dell'era digitale, e chi vuole vada a vederseli; qui basterà constatare che tali vizi sono tutti pienamente operativi, mentre i vantaggi restano tuttora attesi o comunque più mitizzati che reali. Il saldo è negativo, anche perché chi in quei vizi ricade, tutto fa meno che emendarsi, come dimostrano implacabilmente le ripetute figuracce di wikipedia, peraltro scaduta ad una sorta di pianerottolo virtuale,.
Tra le bolle di sapone che intasano internet, quella della fatidica “partecipazione”, portato sessantottino in salsa digitale. Come se partecipare si esaurisse nel furibondo, caotico “dico la mia” che nessuno ascolta ma che satura la rete. Se questo è lo stato dell'arte, si può tranquillamente concludere che la parità fra soggetti resta teorica, anzi ne esce indebolita. I giovani, primi nella loro ingenuitè a rifiutare tale scenario, l'hanno tuttavia introiettato e, per quanto dopati di internet, non la considerano un porto in cui approdare quanto da cui salpare: nessuno vuole limitarsi a navigare in rete, tutti vogliono salparne per sbarcare in televisione, che resta la vera terra promessa. I vari blog, forum myspace servono a “farsi conoscere”, a dar prova di esser vivi, ma nulla di più. Internet inoltre sta uccidendo i negozi, le botteghe tradizionali, oltre ad intere industrie come quella della musica, devastata da gigantesche falcidie di “risorse umane”, apocalissi sulla quale gli apologeti del neosocioalismo internettiano preferiscono, comprensibilmente, sorvolare.
Una delle condizioni della democrazia è la sua matrica razionale, logica. Presupposto soggetto a requisiti strutturali – la possibilità di recepire e valutare per fondate le informazioni sulle quali si discute, suscettibili di continua verifica. Ora, è facilissimo dimostrare come su internet il livello di discussione (su presupposti teorici spesso incerti) resti constantemente sbilanciato su dimensioni isteriche – facilitate dall'abituale ricorso all'anonimato, che è deresponsabilizzante; effetto in parte determinato proprio dalla impossibilità di valutare nella sua effettiva consistenza, e fondatezza, ciò intorno a cui si discute: se tutti possono dire tutto su tutto, senza filtri e senza obbligo di dimostrare il proprio assunto per sostanziarlo, se, in altre parole, è la forma, qualsiasi forma, a diventare sostanza, se sono le invettive a surrogare le opinioni e le argomentazioni, se una affermazione contiene in se' la pretesa di fondatezza, riducendosi a profezia che si autoadempie, lo sbocco della discussione non può che essere un mercato di voci, dove trionfa la più sguaiata, la più clamorosa, e magari la più stentorea, tecnicamente parlando. È questa vera democrazia? Può esistere democrazia senza controllo?
Le derive sono molteplici, il 4 marzo 2008 sul Corriere della Sera il critico letterario Paolo Di Stefano non mancava di notare come su internet fiorisca una “autocritica” insussistente, tragicamente vuota di competenze, di autorevolezza, esclusivamente fondata sugli stati d'animo soggettivi (e il più delle volte anonimi) che, nel bene come nel male, approcciano questo o quel libro. Proiettata sui vari ambiti del vivere civile e culturale, questa tendenza si risolve in una catastrofe anche per la democrazia, destinata a saturarsi di veleni. Non è un caso che, ad un contesto storico in cui le democrazie liberali appaiono in crisi per il venir meno dei capisaldi strutturali (Crouch), ovvero l'indebolimento dello Stato di diritto che svuota di efficacia i princìpi costituzionali, fa riscontro una alternativa “virtuale” la cui consistenza democratica viene identificata con l'assenza di leggi, regole certe, diritti tutelati. Il virtuale si pone come specchio del reale, e, se pure è in grado di influire su di esso, le mutazioni prodotte si risolvono, di fatto, in una proiezione dell'esistente. I guasti di un sistema reale finiscono per riverberarsi sul sistema che vorrebbe innovarlo.
Ma ciò che rende definitivamente grottesca la presunzione, sovversiva, della democrazia totale ovvero sregolata, lasciata ai venti, della rete, è la propensione del web a fungere come il più formidabile schedario di tutti i tempi, su base mondiale. Lungi dal renderci liberi, internet ha finito per intrappolarci in una ragnatela di dati che tracciano la nostra vita privata e sociale oltre il lecito, ben al di là dei confini funzionali richiesti dalle transazioni commerciali. Ad una invocazione di “sicurezza” in negativo, dove le regole sono assenti, fa riscontro la persistenza di una sicurezza altrettanto negativa, privativa, dove ciascuno viene incasellato in files pronti per ogni uso, come la recente cronaca italiana ha confermato, tra allucinanti centrali spionistiche clandestine e demiurghi non completamente emersi. Preferenze, abitudini, frequentazioni, navigazioni, contatti, tutto si registra e nulla si perde. Vere, verosimili o genuinamente false che siano, le coordinate della nostra vita virtuale, sempre più concreta, restano tracciate per usi impropri, minacciosi, potenzialmente micidiali. Senza contare che ciò che esterniamo, facciamo o semplicemente ci viene attribuito, resta sedimentato nei fumi di internet e facilissimamente accessibile con i motori di ricerca. Siamo schedati come nessuna polizia politica avrebbe mai osato sperare, siamo schedati su più livelli, quello riservato, quello coperto, quello più evidente, che nessuna tutela della riservatezza riesce davvero a scongiurare. Siamo sorvegliati in ogni istante, in ogni fazzoletto di mondo, senza tregua e per l'eternità. Per sola colpa di internet? No, ma certamente le tecnologie ad essa connesse hanno dato un impulso finora sconosciuto. Discorsi e trattati sulle garanzie non servono e non serviranno, qui davvero una volta staccata la mela, il peccato è per sempre. Tanto è vero che stiamo abituandoci a convivere con la nostra ombra lunga e con chi la misura, rimuovendole, fingendo che non ci siano e che non influiscano sulla nostra vita. Mentre la nostra percezione degli altri si fa ogni giorno più sospettosa, esasperata, paranoide. Il fatto è che noi soggetti passivi possiamo rimuovere chi ci sorveglia, ma chi ci sorveglia non rimuove mai noi. Mentre le tecniche di spionaggio tecnologico si fanno sempre più ficcanti, arrivano ad infiltrare il nostro stesso computer nelle sue navigazioni. Ancora una volta, il verme è nella mela: internet nasce come strumento bellico, spionistico e, pure estesa alle dimensioni dei commerci e delle comunicazioni, non se ne dimentica.
Gli apostoli della “democrazia senza regole”, che è una contraddizione in termini, non sanno spiegare la contraddizione per cui invocano la cancellazione, peraltro doverosa, dei filmati filonazisti da youtube appellandosi alle leggi internazionali che vietano l'apologia di fascismi. Lo stesso accade per certe sedicenti enciclopedie libere che sono, semmai, libere schedature. Le regole debbono esserci oppure no? E, se le si invoca, vanno decretate, applicate e interpretate pro bono partis o per tutti? Quelle del Vaticano e della Cia in certi siti di raccolta informazioni, sono attività che fanno parte del gioco, oppure intromissioni abusive, oppure legittime correzioni a distorsioni mediatiche? La risposta corretta è: non lo sappiamo, non possiamo dirlo. Possiamo solo constatare che, in un contesto deprivato dalle regole, si afferma inesorabilmente la legge del far west, la legge del più forte, e sarà anche la somma ipocrisia, ma non un caso, che i cosiddetti hackers, gli smanettoni, i depositari del nuovo sapere tecnologico, gli incursori anonimi, quando si ritrovano nei loro raduni siano estremamente sospettosi: pretendono l'anonimato anche nel mondo reale, ma non ammettono quello di giornalisti e curiosi invitati a dichiararsi, addirittura a registrarsi se non vogliono essere cacciati.
Non sono un tecnico, sono uno che ha fatto esperienza sulla propria pelle: vanto una lunga militanza da abusato, diffamato e perfino stravolto nell'identità su internet, vicende personali tuttora oggetto di azioni giudiziarie, delle quali non intendo occuparmi qui. Posso solo dire che, come animatore a mia volta di un blog, ho bandito sin dall'inizio i commenti anonimi e io stesso, in osservanza delle regole giornalistiche (bazzico questo mestiere da 20 anni), firmo ogni articolo, ogni parola che pubblico; per me la rete non è diversa da un foglio cartaceo, e l'informazione resta una funzione pubblica (laddove la comunicazione è un diritto soggettivo, ancorchè costituzionalmente garantito), che come tale origina e sostanzia precise responsabilità, oltre a determinate facoltà. Sul mio blog non si possono inserire commenti, e non circolano insulti o insinuazioni di incerta origine; c'è, invece, un indirizzo di posta elettronica al quale riferirsi: le lettere più interessanti (e dalla paternità riconosciuta, ancorché, se richiesto, tutelata) vengono pubblicate, come per qualsiasi giornale. Nel mio piccolo, cerco di mantenermi coerente e di fornire un esempio di serietà; è un problema di assunzione di responsabilità individuale, di etica della responsabilità, oserei dire. Se manca questa, ogni altro rimedio possibile diventa impossibile, perché ogni rimedio non può che essere conseguente. Non si può fare la casa partendo dal tetto, anche se virtuale, anche se su internet.
Dalla rete e dalla sua confusione babelica, spacciata come democrazia, possono apparentemente salire fenomeni ambigui e vagamente inquietanti come Grillo, il cui sostegno populista è fatto di anonimi, di senza faccia pronti all'occorrenza a scatenarsi in rappresaglie, in siti diffamatori di questo o quel personaggio aborrito, in rappresaglie isteriche di chi osa mettere in discussione il capoclaque. Apparentemente, perché Grillo nasce come fenomeno televisivo e quindi si converte al web. Ma la sua origine resta decisiva, qualificante. Difficilmente un competitor di Grillo può nascere direttamente dai fumi della rete. Tanto vero, che, a riprova dell'evanescenza della rete, l'altro media, etereo ma più pesante di storia, di diffusione popolare, la televisione, ha svuotato Grillo con le sue stesse armi; lui ha giocato, come altri, sui suoi esìli, sul suo essere antitelevisivo e la televisione lo ha moltiplicato come un'icona warholiana di basso consumo, fino alla nausea, allo sfinimento, alla saturazione. Grillo, nolente o, più probabilmente, volendolo, è tornato ad ingombrare la televisione più ancora di quando vi lavorava; non appena televisione, o, almeno, i giornali cartacei, smettono di occuparsi di lui, sembra evaporare di nuovo nel suo blog, come un fantasma dilatato e malinconico. Quanto al suo discutibile “popolo”, più virtuale ancora di lui, è rimasto a cavallo tra antipolitica ed iperpolitica: sono, per intenderci, i votatori per tutte le stagioni, quelli che dopo una breve stagione di roghi senza sconti, si affrettano a riparare alla casa del padre, a quei partiti votati senza fiatare per decenni, maledetti per un giorno sull'onda dell'etereo tribuno, infine ritrovati e accettati con gli stessi vizi di prima. Di peggio: stravotati fin nel gioco delle cosiddette primarie, un gioco anche quello virtuale, ma capace di favorire una migliore illusione partecipativa. Fu vera gloria, quell'effimera stagione?
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Se così, se i presupposti restano quelli che sono, non è affatto possibile salvaguardare alcuna dignità dell'individuo, sia esso chi comunica o chi è comunicato (ruoli che peraltro in rete si sovrappongono continuamente e inesorabilmente). Occorre una decisa maturazione culturale, in molti sensi. Ma finchè la rete viene considerata una sorta di campo di Agramante anziché di confronto e di crescita condivisa, fino a che internet sarà intesa come il regno della “deresponsabilità”, come il Paese dei balocchi, temo che ben poco si possa fare; peraltro, certe tecniche rimangono irrimediabilmente scontate: la controinformazione distorsiva la adottavano già i romani e non basta una patina di modernità tecnologica a renderla più attuale. Quello che trovo inaccettabile è la facilità con cui si può tentare di rovinare una reputazione, e perfino una identità. Né mi pare che questo aspetto, che spalanca scenari inquietanti, abbia ancora sortito una riflessione seria e matura: i rari casi saliti all'onore della cronaca sono stati affrontati, dai media che se ne sono occupati, con superficialità sconcertante, come una faccenda di gossip. Non si va oltre lo spreco di parole, intorbidate fin nel significato, non si va oltre la confusione tra informazione e comunicazione, tra libertà e libertà di mestare, che semmai è il contrario, è sopruso, è sopraffazione. Ma le parole sono importanti, termini come “democrazia”, “libertà”, non vengono coniati dall'oggi al domani e non mutano la loro specificazione dall'oggi al domani: sono il risultato di sedimentazioni concettuali, filosofiche, sociali, economiche secolari. Né si è ancora avuto notizia di provvedimenti seri, concreti, da parte di chi possiede in un certo modo le chiavi dell'altrui reputazione, atti a risolvere o almeno a (de)limitare l'incidenza di simili problemi, che investono in pieno, appunto, la democrazia e la libertà degli individui. Si sostiene che alla fine i rimedi sorgeranno spontanei, come se pure internet fosse provvista della provvidenziale (ma opinabile) “mano invisibile” attribuita al mercato. Sarà. Ma questa è una semplice previsione, non supportata da alcuna esperienza (internet è giovane, e non offre precedenti apprezzabili al riguardo), che come tale non può avere più valore di un auspicio. Mentre il valore della moderazione, intesa come autocontrollo da parte di chi regola il flusso di informazioni (in senso lato) su un forum o un sito, diventa sempre più fondamentale, data l'attitudine al litigio e all'aggressione che caratterizza le discussioni in rete, favorite da un anonimato becero.
La domanda da porsi invece è: quali e quanti sono i danni che possono verificarsi prima che questi presunti autorimedi sorgano per fortunata (o fortunosa) autogenesi? E inoltre: saranno danni rimediabili? E, se così non è: chi ne porta la responsabilità, chi sarà chiamato a pagarne le conseguenze? Perchè sappiamo che senza responsabilità non può esserci società, e senza sanzione non può esistere alcuna legge che tutela la società. Su internet ancora oggi si può sostenere di tutto e di peggio, protetti dall'anonimato. Per non parlare delle moderne tecniche di manipolazione delle immagini, che possono essere devastanti. Concedo benissimo che la tecnologia, una volta scatenata, è una bestia difficile da addomesticare: però qui mi pare che non si tenti neppure di prenderlo per le corna, questo toro, in ossequio a una malintesa, davvero malintesa “libertà” di non assumersi alcun obbligo. Se è vero che “in società altamente complesse, interdipendenti, ed economicamente sempre più globalizzate, le regole diventano, o ridiventano, più necessarie che mai” (Sartori, “Cosa è la democrazia”, 2007, pag. 366), non si vede come a tale prescrizione possa sfuggire internet, che rappresenta il massimo livello di “società” interdipendente, nel senso dell'interconnessione di tutti i suoi membri, e di complessità (è tecnicamente e potenzialmente sconfinata quanto onnipresente).
Non sono un giurista e neppure un informatico, sono uno che per mestiere osserva la società e tenta di commentarla. Ma se è vero che criticare senza proporre è troppo comodo, azzardo qualche suggerimento pratico di partenza (oltre la indispensabile rivoluzione culturale fin qui invocata). Anzitutto, sfruttare in modo più convinto, in assenza di nuove norme che ancora tardano, l'analogia legis con la stampa classica; precisare il princìpio della responsabilità oggettiva, della culpa in vigilando per chi gestisce o comunque veicola informazioni e affermazioni in rete (già adottato, per esempio, in Francia); esigere, sempre, figure certe di riferimento, direttori o altrimenti amministratori comunque responsabili, del piccolo blog come del sito onnicomprensivo e parcellizzato (perchè se è sufficiente dilatare la consistenza virtuale di una sede per annullare responsabilità di sorta, passa una consuetudine antidemocratica, come in effetti sta passando; e comunque, se la responsabilità è fondata per giornali che vendono milioni di copie in tutto il mondo – oggi anche nella versione web – non si capisce perchè tanto non debba valere per testate nate direttamente in forma eterea); combattere la pratica dell'anonimato, garantendo la tracciabilità di chi opera e impedendone altrimenti l'azione; potenziare e snellire il rapporto con le figure di vigilianza e di controllo preposte (oggi la magistratura è semplicemente all'anno zero in termini di comprensione e dimestichezza con lo specifico fenomeno; quanto alla polizia postale, fa quello che può, ma oltre che oberata è tuttora vincolata da impicci burocratici che riflettono perfettamente, almeno loro, quelli che paralizzano la giustizia nei casi “concreti”: se ne avvantaggiano mafie e criminali che operano su internet; d'altra parte, sono significativi i passi avanti compiuti nel settore della pedofilia informatica, che evidentemente,è stata colta come un'urgenza cui porre rimedio); favorire rimedi immediati, sia tecnici che legati all'obbligo di rettifica o alla facoltà di smentita, atti a rimuovere subito i contenuti falsi e diffamanti, dato che la loro incidenza maligna in rete è direttamente proporzionale al tempo in cui vengono mantenuti, fino a divenire irremovibili e, come tali, irrimediabili; introdurre una class action come in America, dove molti cittadini hanno reagito a soprusi e diffamazioni che li hanno colpiti a mezzo della rete, imponendo ai legislatori di provvedere.
Non mi sembrano misure draconiane e men che meno liberticide, se le parole hanno ancora un senso, se ancora non siamo arrivati, via web, alla Neolingua: al contrario, sono proposte che reagiscono a pratiche finora così rimosse da essersi fatte incontrollabili. Col tempo, se e quando passerà l'idea civile che internet non è una terra di nessuno ma di tutti, anche certe misure si potranno rivedere, ripensare, superare. Quello che è certo, è che la semplice constatazione, ormai comune, che “così non si può andare avanti”, non può esaurirsi in essa, naufragando nel fatalismo, clamorosamente antidemocratico, per cui chi non ha soldi, competenze tecniche, tempo e competenze adeguate, deve solo rassegnarsi a subire.
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Certo, questa battaglia di civiltà è improba, anche e soprattutto per l'omertà, quando non l'aperta connivenza, di gran parte degli addetti all'informazione i quali si guardano bene dal segnalare derive e pericoli sui quali, viceversa, dovrebbero essere tra i primi a vigilare. Non è un caso che sia stata salutata a suon di pernacchie e volgarità grillesche, molto superficiali, molto interessate, la proposta del governo di istituire un registro anche per i blog, in modo da fornire una responsabilità di chi li gestisce o ne ospita i commenti, alla stregua dei media di informazione “reali”. Proposta cervellotica fin che si vuole, ma contro la quale nessuno ha proposto la benché minima alternativa, si sono tutti limitati a strillare contro il regime, la cultura del sospetto, la tenaglia della censura. Ma la censura arriva prima di una pubblicazione, mentre il suo veto impedisce radicalmente una espressione; non si limita a ricondurla ad una identità certa, cu sui grava il sacrosanto obbligo di vigilare circa le proprie opinioni e su quelle eventualmente ospitate. E passi per gli aspiranti che si confinano ad un blog, ma questa coda di paglia non rende onore ai tanti informatori provvisti di spazio internet che rifiutano in modo sguaiato, piazzaiolo, qualsiasi forma di responsabilità. Il Grillo di turno si limita ad una raffica di iperboli e di insulti. Qualche figlio di antico diffamatore, che poi ha fatto carriera a modo suo, pontifica, a sproposito, di misure che sarebbero già esistenti, già sufficienti. Ma intanto qualche operatore, non pago di già avere espresso o ospitato diffamazioni incontrollate negli spazi di sua competenza, insiste nell'usare la rete per regolare i propri conti personali aizzando chi legge, quasi a voler sfidare il soggetto diffamato in un continuo gioco al rialzo. Comportamento cristallino, che si commenta da solo, ma che al di là del pessimo gusto rivela una sconfortante superficialità e ignoranza della rete e del suo rapporto con le regole della democrazia. Ma si vorrebbe capire cosa abbia da temere da un registro (peraltro nei fatti già esistente, dato che la mania schedatoria cui siamo sottoposti in ogni anfratto del nostro vivere sociale, dalle carte di credito alle telecamere di strada, alle varie registrazioni bancarie o anagrafiche a presunti fini pubblicitari) chi intenda svolgere attività informativa, anche in senso lato, alla luce del sole.
Su una versione straniera di wikipedia, all'indirizzo http://en.wikipedia.org/wiki/Gianni_Morandi , alla data del 17 ottobre 2007, si legge: “Gianni Morandi (ritratto in foto, ndr), nato l'11 dicembre 1944, è un cantante pop e intrattenitore italiano, conosciuto anche per l'interesse e la pratica della coprofagia”. esilarante per chi l'ha scritto, senza dubbio (ma chi?), non fosse che una attribuzione del genere risulta talmente sgradevole da potere infangare una carriera costruita in anni di onestà e di buon gusto, quantomeno a latitudini dove Morandi non può essere conosciuto e valutato per l'artista e l'uomo che in effetti è. Chi ne risponde? E i laudatori a gettone di questi media incontrollati, sarebbero altrettanto ben disposti se una simile disavventura toccasse alla loro faccia?
Su presupposti come questi, la proposta del coordinatore del Comitato sulla governance della Rete, Stefano Rodotà, che lancia l'idea di un autogoverno, una Carta dei diritti scaturita da un'autoregolamentazione, suona pilatesca: chi sarebbe disposto a darsi qualsiasi regola, e chi poi sarebbe disposto ad osservarla, se l'orgoglioso fondamento su cui internet si regge resta tuttora l'anarchia teppistica, l'anonimato, la licenza di mentire e diffamare?
Il pericolo – qualcosa in più di un pericolo – è che il “buco normativo” (e, di conserva, giurisprudenziale e dottrinario) sussistente, si trasformi da punto di partenza in punto di arrivo: in un alibi che lascia le cose come stanno. Davvero una disdetta, stante la gravità e l'urgenza del problema, in un'epoca dove, ironicamente, sempre più ci si riempie la bocca di quella privacy che, nei fatti, viene violata in misura direttamente proporzionale (se non esponenziale). Torniamo sempre all'impatto della tecnologia sulla qualità della vita e della società, il che vuol dire della nostra democrazia. Ma nulla conduce a ritenere che se una barca affonda, la colpa sia per forza della barca o al limite del mare: può essere così, ma più frequentemente sarà dell'incuria o dell'imperizia di chi la barca era tenuto a governare. Così, a mio parere, l'impatto devastante, perchè capace di trasformazioni radicali e irreversibili, della tecnologia sugli individui e sulla democrazia, è da imputarsi anzitutto all'incuria e imperizia di chi è delegato a “governare” quegli individui, a tutelare quella democrazia. Si tratta di una responsabilità diffusa: degli internauti, che si ritengono cittadini virtuali slegati da qualsiasi idea di cittadinanza; dei controllori, che, quando ci sono, il più delle volte restano in sonno; del legislatore, che semplicemente rimuove il problema, condizionando anche chi è tenuto ad applicare regole che tuttora latitano, e che comunque non ha la minima idea di come procedere a proposito di problemi che bellamente ignora, al punto che delega ogni indagine, ma non è poi in grado di interpretarne le risultanze, di ricondurle, in un modo o nell'altro, a fattispecie giuridiche di diritto positivo. Insomma, si annaspa allegramente. Fatevi un giro per uffici giudiziari, e potrete constatare il livello medio di dimestichezza dei magistrati con internet: è un livello che tende a zero.
Sono problemi che richiedono tempi lunghi, su questo non si discute. Ma constatare che a distanza di un decennio abbondante (la rete come pratica diffusa parte nella seconda metà degli anni Novanta) non sono stati mossi neppure i primi passi, che siamo sempre al palo, che ogni problema nascente viene esorcizzato col medesimo approccio ludico riservato a un gossip tra veline e calciatori, cioè un gran parlare inutile, non incoraggia all'ottimismo. Anche se s'intravvede qualche segnale di mutamento, per quanto di deprimente sapore opportunistico: i responsabili tecnici di certi media, amplificati dagli ideologi di riferimento, dopo essersi nascosti per anni dietro un dito, stanno ora cominciando, vista la mala parata, ad abbozzare autodifese puerili: sì, ammettono, siamo pieni di infiltrati, contribuiamo a diffondere strafalcioni anche gravi, ma offriamo più che altro cenni, voci generali da integrare. Come a dire: attenzione, non prendeteci sul serio. Come biglietto da visita non c'è che lo valga. Ma a cosa, rectius: a chi davvero serve un sito, una “enciclopedia”, una fonte sulla cui attendibilità restano scettici anzitutto i tenutari? A chi serve un media sul quale nessuno mette la mano sul fuoco, e tutti invece mettono le mani avanti?
Se è vero che internet è immanente nella nostra vita, che ne saremo sempre più condizionati vivendo, mi pare incredibile la leggerezza con cui certe emergenze vengono affrontate; dico per dire, chè in realtà si tratta di autentiche rimozioni. Forzate.
Massimo Del Papa






