sabato, 08 marzo 2008
IL BUCO DEMOCRATICO DI INTERNET
L'allora ministro Mastella tempo fa ha avuto (lui o chi per lui) la malaugurata idea di uscire dalla autoreferenzialità del potere ed aprire un blog, lasciandolo aperto ai commenti: è stato immediatamente bersagliato da provocatori, rigorosamente anonimi, che dietro pseudonimi volgari hanno ingenerato in lui una ansia paranoica di difendersi, spiegare o ribattere ad affermazioni fantasmagoriche di fantasmi. Incantesimo per il quale è stato ferocemente irriso dal tribuno della rete Beppe Grillo. Data per scontata l'arretratezza congenita della politica in genere verso i nuovi scenari, percepiti, in modo superficialmente utilitaristico, come semplici veicoli di propaganda, Mastella ha semplicemente scoperto che le regole di internet non seguono quelle, per quanto ciniche, della polemica politica, per la semplicissima ragione che non esistono, la rete è tuttora una pentola che ribolle la sua schiuma in un vuoto normativo e, peggio di tutto, culturale: così pretende la vulgata pseudolibertaria del web che confonde per ignoranza o per malizia il significato millenario attribuito alle parole: la democrazia come incontrollata libertà di imperversare, le regole, che della democrazia sono il fondamento, come manette alla creatività e all'indipendenza invece di criteri, universalmente validi, in grado di far crescere armonicamente la collettività in un determinato contesto associato.
Su internet tutto si può fare? È da vedere, così come è da stabilire che questa, ammesso e non concesso che sia la realtà, sia una condizione felice, il migliore dei mondi possibili. Atteso che, per scienza assodata, “tutto a tutti” è un non-senso, una utopia impossibile in concreto, resta da verificare, anche in rete, “che cosa a chi”: e in un sistema asistemico, nel vuoto pneumatico di regole e di criteri, “che cosa a chi” si risolve fatalmente in “molto a pochi”. L'esatto contrario della democrazia, in quanto è una minoranza di “più uguali” a condurre le regole del gioco, dove per più uguali si intende più potenti, quelli che meglio conoscono le regole tecniche, d'uso del mezzo, e che, parallelamente, meglio eludono le regole sociali, legali (per analogia) o di civiltà. Chi si muove a proprio agio coi computer e nella rete, insomma. Ne deriva una società dissociata, una non-società rivendicativa e infantile, di soli “diritti” (che si autoaffermano senza basi logiche né etiche) senza doveri di contrappeso. Il calcolo fra costi e benefici di una simile situazione offre risultati sconcertanti, involventi, che riportano all'emergenza del tipo umano del “bambino viziato” di cui parlava Ortega y Gasset: un essere irriconoscente, teppistico, che si ritiene onnipotente, al di sopra del bene e del male, che tutto si aspetta per diritto divino, e che non si sente minimamente solidale con le condizioni che gli assicurano i benefici pretesi. E che l'inerzia generale contribuisce a rafforzare in tali convinzioni.
Domanda: coincidendo questi esperti, spesso, con truffatori e malfattori in genere, se ne deve dedurre che basta la loro competenza, ancorché rivolta al peggio, a legittimarli in quanto tali, nel silenzio delle regole? Il fatto che “ci sappiano fare” li legittima a svuotarci il conto in banca? No di certo. Lo si capisce senza sforzo perché il danno emergente in questo caso appare come evidente, concretissimo e attualissimo. Ma dove sta scritto che un patrimonio di reputazione e di dignità vale meno di un patrimonio in denaro?
Altra questione, più generale: che succede se si inverte il percorso tecnico-storico da società reale a virtuale, se è quest'ultima a ri-generare e a trasformare quella che l'ha necessariamente partorita? Che accade se un onnipotente (si fa per dire) in rete viene calato in un contesto concreto, a scuola, per strada, sul tram o in coda a uno sportello, o alle prese con una delle infinite piccole contrarietà quotidiane, che esigono regole e paletti?
È la domanda delle domande, cui nessuno sembra interessato a fornire una risposta. Forse perchè rischia di suonare terrificante. Ci si accontenta, quando proprio si ha coraggio, di girarci intorno. Giriamo intorno anche alla risposta, per non infierire: se democrazia è scommessa del e sull'homo sapiens, se l'homo sapiens diventa insipiens, se torna homunculus, per quanto tecnologicus, la democrazia lo segue.
Fino a che non passerà, come acquisizione culturale, il valore dell'autografia in rete, ovvero il princìpio che la rete non può essere una palestra per il sabotaggio, temo che ogni difesa diversa dall'autotutela giudiziaria (il più delle volte sterile in sé, come andrò a spiegare) non avrà ragion d'essere, per difetto di presupposto. Purtroppo internet è una dimensione ancora acerba, condizionata da una impostazione, una weltanschauung immatura che ha ingenerato l'assurda o interessata convinzione per cui “anonimo è bello”, “anonimo è giusto” (o di moda, o quello che sia; comunque un metavalore assurdamente positivo). Rete e anonimato viaggiano ancora uniti, e questa è la più clamorosa sconfessione della vulgata che equipara rete e democrazia. Democrazia non è mancanza di controllo, diciamo meglio: di autocontrollo collettivo: è l'esatto contrario. Democrazia non è anarchia, assenza di regole: è precisamente l'opposto, perchè per non essere soggetti a nessuno in particolare non c'è che essere soggetti, tutti, alla legge generale: che, di passata, tutela anzitutto i più deboli. Non è che accendendo un computer le regole di una buona società, di una “buona città”, debbano necessariamente cambiare; quantomeno, non è obbligatorio cambiarle, non fino a che non viene proposto qualcosa di meglio, di più funzionale, di più su misura. Ed è indubbio che questo qualcosa, finora, nessuno ha saputo proporlo. Quello che resta fermo, reale o virtuale che sia il mondo, è che non c'è democrazia senza libertà, e non c'è libertà con l'anonimato. L'anonimato può avere una sua ragione nei regimi liberticidi, come in Cina dove chi afferma qualcosa (anche in rete) può ritrovarsi da un momento all'altro in galera o sulla forca; in Italia, fino a prova contraria, questo pericolo non c'è, e dunque l'anonimato può servire solo ad alimentare diffamazioni e invenzioni, sanzionabili con gli estremi giudiziari. La situazione ha pesanti ricadute sul modo in cui viene percepita la democrazia, intesa anche come facoltà di esercitare i propri diritti civili.
Se davvero la rete e la tecnologia che la alimenta sono gravide di una rinnovata dimensione democratica, vagheggiata come “democrazia elettronica”, come mai negli ultimi dieci anni, coincidenti col periodo di espansione del web, la tensione politica nei cittadini, non solo italiani, si è progressivamente affievolita? Come mai la fiducia non solo nelle istituzioni democratiche, ma nella stessa capacità di riformarle “dal basso” è andata scemando? Come mai i cittadini esorcizzano il proprio scetticismo verso le istituzioni, per il tramite dei partiti, con sempre più massicci quanto effimeri sfoghi di populismo elettronico, destinati ad esaurirsi in transitorie tempeste di invettive?
La risposta non è complicata: sta nella immutabilità degli assetti di potere, delle gerarchie decisionali: noi possiamo avere gli strumenti più progrediti, la banda larga più evoluta, la conoscenza tecnica più approfondita, ma se le istituzioni, centrali e periferiche, nicchiano nel lasciar condividere i processi partecipativi, se, come è finora accaduto, le procedure amministrative a portata di clic restano quasi al palo, involute, malfunzionanti (e certo non per caso o per mera trascuratezza – sei miliardi di euro, ha bruciato in Italia finora l'informatizzazione della burocrazia, senza risultati apprezzabili), al cittadino-fruitore la rete non servirà che per sfogarsi, in uan comunicazione pressoché univoca, a vicolo cieco, senza apprezzabile ritorno.
Perché la e-democrazia funzioni, come in ogni democrazia, occorre che a decidere siamo in due: e che l'altro non sia malato o, a vario titolo, impotente. Il processo, conosciuto come “sviluppo asimmetrico”, è assai funzionale ai regimi non democratici quali la Cina, dove internet serve a controllare più che ad estendere la partecipazione; o come l'Italia, dove finora è servito a illudere e a stordire, oltre che a fornire un massiccio ricorso alle truffe e alla malefatte pedopornografiche. In breve, internet è un treno che, per come si sta involvendo e stabilizzando, rischia di essere perso. Quantomeno nel nostro Paese. Una occasione sprecata: se è vero che chi inventa la barca inventa anche il naufragio, ebbene siamo ancora al naufragio delle buone intenzioni, tolte quelle di chi – multinazionali, potere politico, potere criminale – partiva da una posizione di forza, corroborata da una sperimentata spregiudicatezza nell'usarla. Non sarà inutile ricordare che tuttora la metà dell'immane traffico su internet è monopolizzata da sole tre enormi compagnie. Al popolo elettronico, la (magra) consolazione dei myspace, i blog, i forum dai quali predicare nel deserto, o quasi; non a caso, l'unico settore che la rete ha saputo sviluppare in modo sensibile, ambiti criminali a parte, è stato quello dei commerci, dei baratti. E-bay è la comunità più estesa, più condivisa (e oggi peraltro in crisi per avere cambiato – chi? - le regole del gioco in modo unidirezionale, autoritario, senza una consultazione dei suoi fruitori). Un po' poco per parlare di democrazia, a maggior ragione “dal basso”: siamo alla democrazia dello spendere, forse. Non a quella del decidere. Siamo al mercato globale, e si capisce: non alla partecipazione globale (autentica). Un po' quello che accade, guardacaso, nel liberismo senza democrazia di stampo cinese. Nevrosi e alienazioni (da iperconnessione) comprese. Resta, pertanto, un sospetto: internet, nata quale tecnologia militare, è servita, doveva servire, alla democrazia o al capitalismo autoreferenziale? Stefano Rodotà, citato da Daniele Pittèri nel recente “Democrazia elettronica” (Laterza, 2007), ha definito i 7 peccati dell'era digitale, e chi vuole vada a vederseli; qui basterà constatare che tali vizi sono tutti pienamente operativi, mentre i vantaggi restano tuttora attesi o comunque più mitizzati che reali. Il saldo è negativo, anche perché chi in quei vizi ricade, tutto fa meno che emendarsi, come dimostrano implacabilmente le ripetute figuracce di wikipedia, peraltro scaduta ad una sorta di pianerottolo virtuale,.
Tra le bolle di sapone che intasano internet, quella della fatidica “partecipazione”, portato sessantottino in salsa digitale. Come se partecipare si esaurisse nel furibondo, caotico “dico la mia” che nessuno ascolta ma che satura la rete. Se questo è lo stato dell'arte, si può tranquillamente concludere che la parità fra soggetti resta teorica, anzi ne esce indebolita. I giovani, primi nella loro ingenuitè a rifiutare tale scenario, l'hanno tuttavia introiettato e, per quanto dopati di internet, non la considerano un porto in cui approdare quanto da cui salpare: nessuno vuole limitarsi a navigare in rete, tutti vogliono salparne per sbarcare in televisione, che resta la vera terra promessa. I vari blog, forum myspace servono a “farsi conoscere”, a dar prova di esser vivi, ma nulla di più. Internet inoltre sta uccidendo i negozi, le botteghe tradizionali, oltre ad intere industrie come quella della musica, devastata da gigantesche falcidie di “risorse umane”, apocalissi sulla quale gli apologeti del neosocioalismo internettiano preferiscono, comprensibilmente, sorvolare.
Una delle condizioni della democrazia è la sua matrica razionale, logica. Presupposto soggetto a requisiti strutturali – la possibilità di recepire e valutare per fondate le informazioni sulle quali si discute, suscettibili di continua verifica. Ora, è facilissimo dimostrare come su internet il livello di discussione (su presupposti teorici spesso incerti) resti constantemente sbilanciato su dimensioni isteriche – facilitate dall'abituale ricorso all'anonimato, che è deresponsabilizzante; effetto in parte determinato proprio dalla impossibilità di valutare nella sua effettiva consistenza, e fondatezza, ciò intorno a cui si discute: se tutti possono dire tutto su tutto, senza filtri e senza obbligo di dimostrare il proprio assunto per sostanziarlo, se, in altre parole, è la forma, qualsiasi forma, a diventare sostanza, se sono le invettive a surrogare le opinioni e le argomentazioni, se una affermazione contiene in se' la pretesa di fondatezza, riducendosi a profezia che si autoadempie, lo sbocco della discussione non può che essere un mercato di voci, dove trionfa la più sguaiata, la più clamorosa, e magari la più stentorea, tecnicamente parlando. È questa vera democrazia? Può esistere democrazia senza controllo?
Le derive sono molteplici, il 4 marzo 2008 sul Corriere della Sera il critico letterario Paolo Di Stefano non mancava di notare come su internet fiorisca una “autocritica” insussistente, tragicamente vuota di competenze, di autorevolezza, esclusivamente fondata sugli stati d'animo soggettivi (e il più delle volte anonimi) che, nel bene come nel male, approcciano questo o quel libro. Proiettata sui vari ambiti del vivere civile e culturale, questa tendenza si risolve in una catastrofe anche per la democrazia, destinata a saturarsi di veleni. Non è un caso che, ad un contesto storico in cui le democrazie liberali appaiono in crisi per il venir meno dei capisaldi strutturali (Crouch), ovvero l'indebolimento dello Stato di diritto che svuota di efficacia i princìpi costituzionali, fa riscontro una alternativa “virtuale” la cui consistenza democratica viene identificata con l'assenza di leggi, regole certe, diritti tutelati. Il virtuale si pone come specchio del reale, e, se pure è in grado di influire su di esso, le mutazioni prodotte si risolvono, di fatto, in una proiezione dell'esistente. I guasti di un sistema reale finiscono per riverberarsi sul sistema che vorrebbe innovarlo.
Ma ciò che rende definitivamente grottesca la presunzione, sovversiva, della democrazia totale ovvero sregolata, lasciata ai venti, della rete, è la propensione del web a fungere come il più formidabile schedario di tutti i tempi, su base mondiale. Lungi dal renderci liberi, internet ha finito per intrappolarci in una ragnatela di dati che tracciano la nostra vita privata e sociale oltre il lecito, ben al di là dei confini funzionali richiesti dalle transazioni commerciali. Ad una invocazione di “sicurezza” in negativo, dove le regole sono assenti, fa riscontro la persistenza di una sicurezza altrettanto negativa, privativa, dove ciascuno viene incasellato in files pronti per ogni uso, come la recente cronaca italiana ha confermato, tra allucinanti centrali spionistiche clandestine e demiurghi non completamente emersi. Preferenze, abitudini, frequentazioni, navigazioni, contatti, tutto si registra e nulla si perde. Vere, verosimili o genuinamente false che siano, le coordinate della nostra vita virtuale, sempre più concreta, restano tracciate per usi impropri, minacciosi, potenzialmente micidiali. Senza contare che ciò che esterniamo, facciamo o semplicemente ci viene attribuito, resta sedimentato nei fumi di internet e facilissimamente accessibile con i motori di ricerca. Siamo schedati come nessuna polizia politica avrebbe mai osato sperare, siamo schedati su più livelli, quello riservato, quello coperto, quello più evidente, che nessuna tutela della riservatezza riesce davvero a scongiurare. Siamo sorvegliati in ogni istante, in ogni fazzoletto di mondo, senza tregua e per l'eternità. Per sola colpa di internet? No, ma certamente le tecnologie ad essa connesse hanno dato un impulso finora sconosciuto. Discorsi e trattati sulle garanzie non servono e non serviranno, qui davvero una volta staccata la mela, il peccato è per sempre. Tanto è vero che stiamo abituandoci a convivere con la nostra ombra lunga e con chi la misura, rimuovendole, fingendo che non ci siano e che non influiscano sulla nostra vita. Mentre la nostra percezione degli altri si fa ogni giorno più sospettosa, esasperata, paranoide. Il fatto è che noi soggetti passivi possiamo rimuovere chi ci sorveglia, ma chi ci sorveglia non rimuove mai noi. Mentre le tecniche di spionaggio tecnologico si fanno sempre più ficcanti, arrivano ad infiltrare il nostro stesso computer nelle sue navigazioni. Ancora una volta, il verme è nella mela: internet nasce come strumento bellico, spionistico e, pure estesa alle dimensioni dei commerci e delle comunicazioni, non se ne dimentica.
Gli apostoli della “democrazia senza regole”, che è una contraddizione in termini, non sanno spiegare la contraddizione per cui invocano la cancellazione, peraltro doverosa, dei filmati filonazisti da youtube appellandosi alle leggi internazionali che vietano l'apologia di fascismi. Lo stesso accade per certe sedicenti enciclopedie libere che sono, semmai, libere schedature. Le regole debbono esserci oppure no? E, se le si invoca, vanno decretate, applicate e interpretate pro bono partis o per tutti? Quelle del Vaticano e della Cia in certi siti di raccolta informazioni, sono attività che fanno parte del gioco, oppure intromissioni abusive, oppure legittime correzioni a distorsioni mediatiche? La risposta corretta è: non lo sappiamo, non possiamo dirlo. Possiamo solo constatare che, in un contesto deprivato dalle regole, si afferma inesorabilmente la legge del far west, la legge del più forte, e sarà anche la somma ipocrisia, ma non un caso, che i cosiddetti hackers, gli smanettoni, i depositari del nuovo sapere tecnologico, gli incursori anonimi, quando si ritrovano nei loro raduni siano estremamente sospettosi: pretendono l'anonimato anche nel mondo reale, ma non ammettono quello di giornalisti e curiosi invitati a dichiararsi, addirittura a registrarsi se non vogliono essere cacciati.
Non sono un tecnico, sono uno che ha fatto esperienza sulla propria pelle: vanto una lunga militanza da abusato, diffamato e perfino stravolto nell'identità su internet, vicende personali tuttora oggetto di azioni giudiziarie, delle quali non intendo occuparmi qui. Posso solo dire che, come animatore a mia volta di un blog, ho bandito sin dall'inizio i commenti anonimi e io stesso, in osservanza delle regole giornalistiche (bazzico questo mestiere da 20 anni), firmo ogni articolo, ogni parola che pubblico; per me la rete non è diversa da un foglio cartaceo, e l'informazione resta una funzione pubblica (laddove la comunicazione è un diritto soggettivo, ancorchè costituzionalmente garantito), che come tale origina e sostanzia precise responsabilità, oltre a determinate facoltà. Sul mio blog non si possono inserire commenti, e non circolano insulti o insinuazioni di incerta origine; c'è, invece, un indirizzo di posta elettronica al quale riferirsi: le lettere più interessanti (e dalla paternità riconosciuta, ancorché, se richiesto, tutelata) vengono pubblicate, come per qualsiasi giornale. Nel mio piccolo, cerco di mantenermi coerente e di fornire un esempio di serietà; è un problema di assunzione di responsabilità individuale, di etica della responsabilità, oserei dire. Se manca questa, ogni altro rimedio possibile diventa impossibile, perché ogni rimedio non può che essere conseguente. Non si può fare la casa partendo dal tetto, anche se virtuale, anche se su internet.
Dalla rete e dalla sua confusione babelica, spacciata come democrazia, possono apparentemente salire fenomeni ambigui e vagamente inquietanti come Grillo, il cui sostegno populista è fatto di anonimi, di senza faccia pronti all'occorrenza a scatenarsi in rappresaglie, in siti diffamatori di questo o quel personaggio aborrito, in rappresaglie isteriche di chi osa mettere in discussione il capoclaque. Apparentemente, perché Grillo nasce come fenomeno televisivo e quindi si converte al web. Ma la sua origine resta decisiva, qualificante. Difficilmente un competitor di Grillo può nascere direttamente dai fumi della rete. Tanto vero, che, a riprova dell'evanescenza della rete, l'altro media, etereo ma più pesante di storia, di diffusione popolare, la televisione, ha svuotato Grillo con le sue stesse armi; lui ha giocato, come altri, sui suoi esìli, sul suo essere antitelevisivo e la televisione lo ha moltiplicato come un'icona warholiana di basso consumo, fino alla nausea, allo sfinimento, alla saturazione. Grillo, nolente o, più probabilmente, volendolo, è tornato ad ingombrare la televisione più ancora di quando vi lavorava; non appena televisione, o, almeno, i giornali cartacei, smettono di occuparsi di lui, sembra evaporare di nuovo nel suo blog, come un fantasma dilatato e malinconico. Quanto al suo discutibile “popolo”, più virtuale ancora di lui, è rimasto a cavallo tra antipolitica ed iperpolitica: sono, per intenderci, i votatori per tutte le stagioni, quelli che dopo una breve stagione di roghi senza sconti, si affrettano a riparare alla casa del padre, a quei partiti votati senza fiatare per decenni, maledetti per un giorno sull'onda dell'etereo tribuno, infine ritrovati e accettati con gli stessi vizi di prima. Di peggio: stravotati fin nel gioco delle cosiddette primarie, un gioco anche quello virtuale, ma capace di favorire una migliore illusione partecipativa. Fu vera gloria, quell'effimera stagione?
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Se così, se i presupposti restano quelli che sono, non è affatto possibile salvaguardare alcuna dignità dell'individuo, sia esso chi comunica o chi è comunicato (ruoli che peraltro in rete si sovrappongono continuamente e inesorabilmente). Occorre una decisa maturazione culturale, in molti sensi. Ma finchè la rete viene considerata una sorta di campo di Agramante anziché di confronto e di crescita condivisa, fino a che internet sarà intesa come il regno della “deresponsabilità”, come il Paese dei balocchi, temo che ben poco si possa fare; peraltro, certe tecniche rimangono irrimediabilmente scontate: la controinformazione distorsiva la adottavano già i romani e non basta una patina di modernità tecnologica a renderla più attuale. Quello che trovo inaccettabile è la facilità con cui si può tentare di rovinare una reputazione, e perfino una identità. Né mi pare che questo aspetto, che spalanca scenari inquietanti, abbia ancora sortito una riflessione seria e matura: i rari casi saliti all'onore della cronaca sono stati affrontati, dai media che se ne sono occupati, con superficialità sconcertante, come una faccenda di gossip. Non si va oltre lo spreco di parole, intorbidate fin nel significato, non si va oltre la confusione tra informazione e comunicazione, tra libertà e libertà di mestare, che semmai è il contrario, è sopruso, è sopraffazione. Ma le parole sono importanti, termini come “democrazia”, “libertà”, non vengono coniati dall'oggi al domani e non mutano la loro specificazione dall'oggi al domani: sono il risultato di sedimentazioni concettuali, filosofiche, sociali, economiche secolari. Né si è ancora avuto notizia di provvedimenti seri, concreti, da parte di chi possiede in un certo modo le chiavi dell'altrui reputazione, atti a risolvere o almeno a (de)limitare l'incidenza di simili problemi, che investono in pieno, appunto, la democrazia e la libertà degli individui. Si sostiene che alla fine i rimedi sorgeranno spontanei, come se pure internet fosse provvista della provvidenziale (ma opinabile) “mano invisibile” attribuita al mercato. Sarà. Ma questa è una semplice previsione, non supportata da alcuna esperienza (internet è giovane, e non offre precedenti apprezzabili al riguardo), che come tale non può avere più valore di un auspicio. Mentre il valore della moderazione, intesa come autocontrollo da parte di chi regola il flusso di informazioni (in senso lato) su un forum o un sito, diventa sempre più fondamentale, data l'attitudine al litigio e all'aggressione che caratterizza le discussioni in rete, favorite da un anonimato becero.
La domanda da porsi invece è: quali e quanti sono i danni che possono verificarsi prima che questi presunti autorimedi sorgano per fortunata (o fortunosa) autogenesi? E inoltre: saranno danni rimediabili? E, se così non è: chi ne porta la responsabilità, chi sarà chiamato a pagarne le conseguenze? Perchè sappiamo che senza responsabilità non può esserci società, e senza sanzione non può esistere alcuna legge che tutela la società. Su internet ancora oggi si può sostenere di tutto e di peggio, protetti dall'anonimato. Per non parlare delle moderne tecniche di manipolazione delle immagini, che possono essere devastanti. Concedo benissimo che la tecnologia, una volta scatenata, è una bestia difficile da addomesticare: però qui mi pare che non si tenti neppure di prenderlo per le corna, questo toro, in ossequio a una malintesa, davvero malintesa “libertà” di non assumersi alcun obbligo. Se è vero che “in società altamente complesse, interdipendenti, ed economicamente sempre più globalizzate, le regole diventano, o ridiventano, più necessarie che mai” (Sartori, “Cosa è la democrazia”, 2007, pag. 366), non si vede come a tale prescrizione possa sfuggire internet, che rappresenta il massimo livello di “società” interdipendente, nel senso dell'interconnessione di tutti i suoi membri, e di complessità (è tecnicamente e potenzialmente sconfinata quanto onnipresente).
Non sono un giurista e neppure un informatico, sono uno che per mestiere osserva la società e tenta di commentarla. Ma se è vero che criticare senza proporre è troppo comodo, azzardo qualche suggerimento pratico di partenza (oltre la indispensabile rivoluzione culturale fin qui invocata). Anzitutto, sfruttare in modo più convinto, in assenza di nuove norme che ancora tardano, l'analogia legis con la stampa classica; precisare il princìpio della responsabilità oggettiva, della culpa in vigilando per chi gestisce o comunque veicola informazioni e affermazioni in rete (già adottato, per esempio, in Francia); esigere, sempre, figure certe di riferimento, direttori o altrimenti amministratori comunque responsabili, del piccolo blog come del sito onnicomprensivo e parcellizzato (perchè se è sufficiente dilatare la consistenza virtuale di una sede per annullare responsabilità di sorta, passa una consuetudine antidemocratica, come in effetti sta passando; e comunque, se la responsabilità è fondata per giornali che vendono milioni di copie in tutto il mondo – oggi anche nella versione web – non si capisce perchè tanto non debba valere per testate nate direttamente in forma eterea); combattere la pratica dell'anonimato, garantendo la tracciabilità di chi opera e impedendone altrimenti l'azione; potenziare e snellire il rapporto con le figure di vigilianza e di controllo preposte (oggi la magistratura è semplicemente all'anno zero in termini di comprensione e dimestichezza con lo specifico fenomeno; quanto alla polizia postale, fa quello che può, ma oltre che oberata è tuttora vincolata da impicci burocratici che riflettono perfettamente, almeno loro, quelli che paralizzano la giustizia nei casi “concreti”: se ne avvantaggiano mafie e criminali che operano su internet; d'altra parte, sono significativi i passi avanti compiuti nel settore della pedofilia informatica, che evidentemente,è stata colta come un'urgenza cui porre rimedio); favorire rimedi immediati, sia tecnici che legati all'obbligo di rettifica o alla facoltà di smentita, atti a rimuovere subito i contenuti falsi e diffamanti, dato che la loro incidenza maligna in rete è direttamente proporzionale al tempo in cui vengono mantenuti, fino a divenire irremovibili e, come tali, irrimediabili; introdurre una class action come in America, dove molti cittadini hanno reagito a soprusi e diffamazioni che li hanno colpiti a mezzo della rete, imponendo ai legislatori di provvedere.
Non mi sembrano misure draconiane e men che meno liberticide, se le parole hanno ancora un senso, se ancora non siamo arrivati, via web, alla Neolingua: al contrario, sono proposte che reagiscono a pratiche finora così rimosse da essersi fatte incontrollabili. Col tempo, se e quando passerà l'idea civile che internet non è una terra di nessuno ma di tutti, anche certe misure si potranno rivedere, ripensare, superare. Quello che è certo, è che la semplice constatazione, ormai comune, che “così non si può andare avanti”, non può esaurirsi in essa, naufragando nel fatalismo, clamorosamente antidemocratico, per cui chi non ha soldi, competenze tecniche, tempo e competenze adeguate, deve solo rassegnarsi a subire.
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Certo, questa battaglia di civiltà è improba, anche e soprattutto per l'omertà, quando non l'aperta connivenza, di gran parte degli addetti all'informazione i quali si guardano bene dal segnalare derive e pericoli sui quali, viceversa, dovrebbero essere tra i primi a vigilare. Non è un caso che sia stata salutata a suon di pernacchie e volgarità grillesche, molto superficiali, molto interessate, la proposta del governo di istituire un registro anche per i blog, in modo da fornire una responsabilità di chi li gestisce o ne ospita i commenti, alla stregua dei media di informazione “reali”. Proposta cervellotica fin che si vuole, ma contro la quale nessuno ha proposto la benché minima alternativa, si sono tutti limitati a strillare contro il regime, la cultura del sospetto, la tenaglia della censura. Ma la censura arriva prima di una pubblicazione, mentre il suo veto impedisce radicalmente una espressione; non si limita a ricondurla ad una identità certa, cu sui grava il sacrosanto obbligo di vigilare circa le proprie opinioni e su quelle eventualmente ospitate. E passi per gli aspiranti che si confinano ad un blog, ma questa coda di paglia non rende onore ai tanti informatori provvisti di spazio internet che rifiutano in modo sguaiato, piazzaiolo, qualsiasi forma di responsabilità. Il Grillo di turno si limita ad una raffica di iperboli e di insulti. Qualche figlio di antico diffamatore, che poi ha fatto carriera a modo suo, pontifica, a sproposito, di misure che sarebbero già esistenti, già sufficienti. Ma intanto qualche operatore, non pago di già avere espresso o ospitato diffamazioni incontrollate negli spazi di sua competenza, insiste nell'usare la rete per regolare i propri conti personali aizzando chi legge, quasi a voler sfidare il soggetto diffamato in un continuo gioco al rialzo. Comportamento cristallino, che si commenta da solo, ma che al di là del pessimo gusto rivela una sconfortante superficialità e ignoranza della rete e del suo rapporto con le regole della democrazia. Ma si vorrebbe capire cosa abbia da temere da un registro (peraltro nei fatti già esistente, dato che la mania schedatoria cui siamo sottoposti in ogni anfratto del nostro vivere sociale, dalle carte di credito alle telecamere di strada, alle varie registrazioni bancarie o anagrafiche a presunti fini pubblicitari) chi intenda svolgere attività informativa, anche in senso lato, alla luce del sole.
Su una versione straniera di wikipedia, all'indirizzo http://en.wikipedia.org/wiki/Gianni_Morandi , alla data del 17 ottobre 2007, si legge: “Gianni Morandi (ritratto in foto, ndr), nato l'11 dicembre 1944, è un cantante pop e intrattenitore italiano, conosciuto anche per l'interesse e la pratica della coprofagia”. esilarante per chi l'ha scritto, senza dubbio (ma chi?), non fosse che una attribuzione del genere risulta talmente sgradevole da potere infangare una carriera costruita in anni di onestà e di buon gusto, quantomeno a latitudini dove Morandi non può essere conosciuto e valutato per l'artista e l'uomo che in effetti è. Chi ne risponde? E i laudatori a gettone di questi media incontrollati, sarebbero altrettanto ben disposti se una simile disavventura toccasse alla loro faccia?
Su presupposti come questi, la proposta del coordinatore del Comitato sulla governance della Rete, Stefano Rodotà, che lancia l'idea di un autogoverno, una Carta dei diritti scaturita da un'autoregolamentazione, suona pilatesca: chi sarebbe disposto a darsi qualsiasi regola, e chi poi sarebbe disposto ad osservarla, se l'orgoglioso fondamento su cui internet si regge resta tuttora l'anarchia teppistica, l'anonimato, la licenza di mentire e diffamare?
Il pericolo – qualcosa in più di un pericolo – è che il “buco normativo” (e, di conserva, giurisprudenziale e dottrinario) sussistente, si trasformi da punto di partenza in punto di arrivo: in un alibi che lascia le cose come stanno. Davvero una disdetta, stante la gravità e l'urgenza del problema, in un'epoca dove, ironicamente, sempre più ci si riempie la bocca di quella privacy che, nei fatti, viene violata in misura direttamente proporzionale (se non esponenziale). Torniamo sempre all'impatto della tecnologia sulla qualità della vita e della società, il che vuol dire della nostra democrazia. Ma nulla conduce a ritenere che se una barca affonda, la colpa sia per forza della barca o al limite del mare: può essere così, ma più frequentemente sarà dell'incuria o dell'imperizia di chi la barca era tenuto a governare. Così, a mio parere, l'impatto devastante, perchè capace di trasformazioni radicali e irreversibili, della tecnologia sugli individui e sulla democrazia, è da imputarsi anzitutto all'incuria e imperizia di chi è delegato a “governare” quegli individui, a tutelare quella democrazia. Si tratta di una responsabilità diffusa: degli internauti, che si ritengono cittadini virtuali slegati da qualsiasi idea di cittadinanza; dei controllori, che, quando ci sono, il più delle volte restano in sonno; del legislatore, che semplicemente rimuove il problema, condizionando anche chi è tenuto ad applicare regole che tuttora latitano, e che comunque non ha la minima idea di come procedere a proposito di problemi che bellamente ignora, al punto che delega ogni indagine, ma non è poi in grado di interpretarne le risultanze, di ricondurle, in un modo o nell'altro, a fattispecie giuridiche di diritto positivo. Insomma, si annaspa allegramente. Fatevi un giro per uffici giudiziari, e potrete constatare il livello medio di dimestichezza dei magistrati con internet: è un livello che tende a zero.
Sono problemi che richiedono tempi lunghi, su questo non si discute. Ma constatare che a distanza di un decennio abbondante (la rete come pratica diffusa parte nella seconda metà degli anni Novanta) non sono stati mossi neppure i primi passi, che siamo sempre al palo, che ogni problema nascente viene esorcizzato col medesimo approccio ludico riservato a un gossip tra veline e calciatori, cioè un gran parlare inutile, non incoraggia all'ottimismo. Anche se s'intravvede qualche segnale di mutamento, per quanto di deprimente sapore opportunistico: i responsabili tecnici di certi media, amplificati dagli ideologi di riferimento, dopo essersi nascosti per anni dietro un dito, stanno ora cominciando, vista la mala parata, ad abbozzare autodifese puerili: sì, ammettono, siamo pieni di infiltrati, contribuiamo a diffondere strafalcioni anche gravi, ma offriamo più che altro cenni, voci generali da integrare. Come a dire: attenzione, non prendeteci sul serio. Come biglietto da visita non c'è che lo valga. Ma a cosa, rectius: a chi davvero serve un sito, una “enciclopedia”, una fonte sulla cui attendibilità restano scettici anzitutto i tenutari? A chi serve un media sul quale nessuno mette la mano sul fuoco, e tutti invece mettono le mani avanti?
Se è vero che internet è immanente nella nostra vita, che ne saremo sempre più condizionati vivendo, mi pare incredibile la leggerezza con cui certe emergenze vengono affrontate; dico per dire, chè in realtà si tratta di autentiche rimozioni. Forzate.
Massimo Del Papa
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lunedì, 24 dicembre 2007

COMPAGNI DI MERENDE
Anche il noglobal Casarini si converte naturalmente a Berlusconi, via Mondadori: cosa che copre di discredito più Mondadori che Casarini, il quale prenderà i soldi, (“pochi”, si lamenta lui), dal sistema neofascista che pretendeva di sbaragliare (c'è tempo, compagno, avanti il prossimo). È il mercato, bellezza: che presto o tardi ti integra, ti addomestica. Certo, con certi rivoluzionari cartonati che non aspettano altro, è più facile. Questo, comunque, è solo l'epilogo provvisorio di una storia che non finisce mai, e che ho tentato – in splendida solitudine – di raccontare in un libro uscito nel 2004, che si guadagnò qualche (famigerata) attenzione a dispetto di chi lo aveva prodotto, uno stampatore millantatosi per editore senza riuscire a staccarsi dal suo metro e mezzo di statura. Siccome torniamo ad ascoltare le solite canzoncine di paglia per giustificare una incoerenza oscena (in effetti la coerenza interna, fare soldi per fare soldi per fare soldi, è salva), vien voglia di ripubblicare qui, aggiornato, riveduto e corretto, il capitolo centrale di quel libretto maledetto.

Reagiscono male gli oppositori di regime quando gli ricordi che loro, col regime, volere volare, ci fanno affari: e mettono in campo sempre la solita serie di ragioni che frusciano come paglia, che a volte alzano polvere, ma non convincono. Perché alla fine è sempre questo che conta: chi fa i soldi grazie a chi.
Breve rassegna delle ragioni di paglia più gettonate (e più impunite).

Gli faccio la lotta dall’interno/1
Beata presunzione! L’imperatore, anche se a volte s’impegna molto per dimostrare il contrario, non è affatto stupido, è scaltrissimo e la lotta sa sempre come vincerla: alzi la mano chi sa citare un solo caso di strategia troiana conclusasi con successo ai danni di quel lottatore durissimo, inesauribile che è Berlusconi. Incuranti di tanta insidia, i nostri rivoluzionari formato famiglia, paghi due porti via otto, intonano il coro camillino: Hic manebimus optime!, dopodiché, per giustificare l'ingiustificabile, sbandierano lenzuola di niente che dimostrano, a contrariis, il famoso assunto di Wittgenstein: “ciò che si sa, si può dire in tre parole”. Se la voce esce dal megafono dell’autocrate, che credibilità ha? Quale modo sia mai quello di fargli l’opposizione facendogli fare i soldi è impossibile da capire, anche perché è difficile augurarsi sul serio la caduta di uno che, piaccia o non piaccia (ma piace), i soldi li fa fare anche a te. Insomma siamo sempre alle tessere del Partito per poter lavorare: oggi ci sono i contratti ma la sostanza non cambia, gli intellettuali disposti ad accettare il confino mediatico sono pochi, maledetti e sbeffeggiati. Meglio dentro, meglio sotto la gonna del potere. Letterati, o molto presunti tali, che hanno rimosso o mai conosciuto il padre Dante: “Né pentere e volere insieme puossi, per la contraddizion che nol consente”. Ma forse questi vogliono e non si pentono. Sta di fatto che nessuno potrà mai convincere nessuno che Berlusconi mantiene, masochisticamente, rapporti d’affari (chè di questo, stringi stringi, si tratta…) con chi rischia di danneggiarlo, indebolirlo o impoverirlo: il cavaliere è un perfetto uomo d’affari, quello famoso che venderebbe frigoriferi agli esquimesi e se tiene qualcuno in scuderia è sempre per un suo tornaconto: e questo è quanto.
Gli faccio la lotta dall’interno/2
Ma poi è davvero così obbligatorio, fatale, inevitabile incistarsi nel berlusconismo per combatterlo?
I media siamo noi, non Berlusconi, lui ha solo piantato una bandierina sull’iceberg della informazione; non ha alcun controllo su ciò che sta sotto, è lui quello debole e isolato: smettiamola con le geremiadi sul monopolio, basta parlare di conflitto d’interessi. Non odiate i media, siate i media!
Suggestiva, ancorchè sconclusionata e peraltro non inedita, tesi di sapore vagamente collettivista questa della promozione generale per meriti politico-ideologici: dopo “todos caballeros”, “todos informadores”. Peccato che qualche Masaniello tinto di rosso confonda, apposta, l’informazione col vaniloquio da piazza o da osteria, sia pure telematica: una dimensione che fatica a uscire dal suo guscio virtuale, provvidenzialmente perché i contenitori informativi su internet sono semmai pentoloni infernali dove ribolle in libertà di tutto, senza che alcuno ne sia responsabile e senza garanzie di serietà, senza il benchè minimo filtro almeno in funzione dell’attendibilità, della verifica delle fonti, della serietà. La chiamano informazione, ne è l’esatto contrario. E forse non è un caso che per diffondere siffatti stravaganti appelli all’autonomia mediatica, autonomia da Berlusconi, gl’interessati usino volentieri i media di Berlusconi, come le sue case editrici, i suoi giornali e, se capita, le sue televisioni. Da cui l’opportuno invito a farla finita con il conflitto d’interessi: secondo i Masanielli-affaristi non esiste, anche se l’Europa e il mondo se ne angosciano: ha le traveggole, tra gli altri, anche il Consiglio d’Europa, secondo il quale “Il conflitto d’interessi tra la carica politica del signor Berlusconi e i suoi interessi privati nell’economia e nei mass media costituisce una minaccia al pluralismo degli organi d’informazione”. Ma i nostri rivoluzionari per fiction, tutti approdati nei sancta sanctorum delle case editrici “del regime”, da dove possono addirittura cooptare i compagni promossi romanzieri per esclusivi meriti sovversivi (a dispetto, magari, di autori seri ma colpevoli di essere pure persone serie, con la fedina penale immacolata), tutto questo pericolo non lo vedono. Chissà se è questa squallida, gretta lobby di sottopotere all'interno di un potere, il pluralismo, la democrazia che sognavano; chissà che ne dicono di una situazione per cui se fai il noglobal arruffapopoli sbarchi direttamente su Mondadori, per una volgarissima questione di mercato. Con “comunisti” come questi, il cavaliere può dormire, sia da politico che da imprenditore, sonni tranquilli.
Ma tanto è tutto suo
Non proprio: molto, moltissimo è dell’imperatore: tutto, ancora no. E se per un esordiente, a qualsiasi titolo, non è certo il caso di andare per il sottile, il discorso cambia per chi ha già una affermazione professionale alle spalle. Perché ha un margine di scelta più forte quanto più è salda la sua posizione. Quale best-seller non troverebbe aperte le porte di una casa editrice diversa da Mondadori, solo a volerlo? E comunque qui si invertono, con ipocrisia persino desolante, i termini della questione: tutto diventa di Berlusconi se tutti fanno la fila per essere ammessi nel suo impero o per restarci; in questo gioco, l’imperatore finisce per diventare più un effetto che una causa, perché se sotto il suo impero non tramonta mai il sole la responsabilità è anche di quanti, potendolo, non fanno nulla per arginarlo e fanno, invece, molto per allungarlo un altro po’. Proviamo a ragionare con un piccolo paradosso: che accade se tutti si rassegnano alla finta logica del “tanto è tutto suo”, se tutti corrono a firmarci contratti? Che tutto sarà sempre più suo, inclusa la gestione del mercato, della comunicazione, della democrazia e della censura. Lui è il padrone, e pretendere che un padrone non si comporti come tale è una purissima utopia. È tanto difficile da capire?
Poter contrattare con lui è una dimostrazione di libertà
Sarebbe a dire? Dovrebbe essere forse il contrario? E poi, quale libertà? Quella di chi ci fa affari? Non certo quella di chi si trova davanti a una scelta obbligata. Prendiamo il caso del Pinocchio di Benigni: quanti spettatori antiberlusconiani si saranno risolti con un leggero mal di stomaco ad infilarsi in qualche sala del presidente del Consiglio per staccare i biglietti i cui proventi vanno in parte al proprietario della sala e in altra parte al distributore targato “Medusa”, pur di non rinunciare all’opera di un artista che magari seguono da anni? Questa è libertà? Siamo sempre sicuri che una figura culturale, un artista, un intellettuale, uno con un seguito non debba mai preoccuparsi delle conseguenze delle sue scelte, della coerenza di fronte a quel pubblico che gli ha consegnato, oltre al successo, quella “possibilità di libertà”, ovvero di contrattare, di cui si fanno scudo?
Così fan tutti (anche detto: le società del cavaliere sono piene di “compagni”)
E allora? Basta un assunto così banale a mondare la propria incoerenza? Chi l’ha detto che un mal comune è sempre un mezzo gaudio? E se fosse, invece, un male al quadrato, al cubo, un’epidemia? E poi: che razza di guittata dialettica sarebbe strumentalizzare “la ggente” di sinistra, che magari consiste in umili maestranze che non possono permettersi di lasciare un lavoro perché hanno bocche da sfamare, insomma che non hanno margini di scelta, per legittimare le decisioni interessate di chi, al contrario, possibilità di scelta ne ha fin troppe ma si guarda bene dall’usarle? Se invece vogliamo intendere che, anche nell’intellighenzia di sinistra, sono in molti ad essere incoerenti, o magari indecenti, o almeno un po’ opportunisti, allora nulla osta… Ma a siffatti intellettuali da scuola dell’obbligo, basta rispondere con l’illuminante intervento del critico e scrittore Franco Cordelli su “l’Unità” del 29 febbraio 2004: “Voi davvero ritenete che Einaudi sia, di Berlusconi, solo una proprietà? Io invece penso, benchè non possa dimostrarlo, che nella sua essenza, in quanto anima bella della cultura italiana, sia un editore ideologico, abile oggi nel mascherare la propria ideologia populista”.
Se bastasse togliersi dalle sue aziende per risolvere il problema Berlusconi, sarei il primo a farlo.
Questa è deliziosa da sentire e, più ancora, da demolire. Anzitutto per quel vago delirio d’onnipotenza che tutt’intorno spande; poi per l’abilità, ma neanche poi troppa, con cui dirotta il succo del discorso: invece d’incaricarti di “risolvere il problema Berlusconi”, perché non ti limiti a risolvere il tuo di problema: quello di chi prende soldi da uno che giudica nefasto, che dice di combattere ogni giorno per tutelare, nientemeno, la democrazia vacillante nel Paese. Concettualmente, la storiella ne ricorda un’altra: quella dei tre sulla riva del mare, che vedevano un omone annegare: “Aiuto! Aiuto! Non so nuotare!” gridava quello, e uno dei tre: “E’ grosso: da soli non ci si riesce. Se solo trovassi altri due disposti a buttarsi con me per ripescarlo…”. E il secondo: “Hai ragione: ce ne vorrebbero altri due”. E il terzo: “Io, se ne trovassi altri due, mi sarei già tuffato”. E intanto che si cercavano, l’omaccione affogava…
Il mio impegno di sinistra è fuori discussione
Questo è vero: nel senso che non c’entra assolutamente nulla neppure a infilarcelo con la forza bruta, l’impegno di sinistra, vero o presunto che sia. Qui non si tratta di rivendicare patenti ideologiche, ma di rispondere ad una incongruenza: se ti disturba tanto il “regime putrido”, la “mancanza di alternativa”, il “monopolio che non lascia scampo”, la “destra reazionaria”, il “sistema capitalistico”, perché finisci col farci affari? È meglio, davvero meglio se non ce lo facciamo entrare l’impegno di sinistra; ma se proprio ‘sto impegno di sinistra dobbiamo sbandierarlo, questa non pare davvero l’occasione migliore: che impegno è quello di chi conciona, “dice cose di sinistra” e poi fa cose “di destra”, cioè gli affari col (presunto) Nemico Numero Uno della (presunta) sinistra?
E’ un problema anche per me
Bravo: e quanto ci metti a risolverlo? O aspetti che si risolva da solo?
Ci ho pensato molto, e ho concluso che alla fine la mia coerenza interna era salva
No comment.
Sarà il pubblico a decidere
No comment. Anzi sì. Anzitutto il pubblico non decide niente, prende atto: hai già deciso tu. Inoltre l’appello alla piazza plebiscitaria, opportunamente orientata, ha assai poco di democratico e molto di demagogico e peronista, proprio come il presidente-imperatore che preoccupa il resto del mondo ma non le anime belle che a lui ricorrono, gementi e piangenti.
Non raccogliamo questa provocazione
Quale, di grazia?
Berlusconi dall’antiberlusconismo trae solo vantaggi
Ah, ecco: è il berlusconismo, a indebolirlo. Cretini tutti quelli che credevano il contrario, che un avversario lo si combatte combattendolo. Invece lo si sbaraglia agevolandolo e, appena si può, facendoci affari. Pensare che era così facile.
C’ero prima che arrivasse lui, ci sarò quando non lui ci sarà più
Complimenti e auguri per la pretesa immortalità. Se non che, c’è un piccolo problema: lui, nel frattempo, ha incarnato la più formidabile situazione di anomalia democratica del pianeta; lui, nel frattempo, è un capo di partito e, ogni tanto, un capo di Governo che (in modo discutibilmente democratico) orienta, condiziona, decide e impone scelte politiche, di tutti, in tutti i campi e contemporaneamente scatena gli stessi effetti nell’economia, nel privato, nel mercato. Non basta ancora?
Però tu i libri Mondadori li leggi, le reti Mediaset le guardi
E così ti faccio un favore. Oppure tu, artista o intellettuale, parli, scrivi, reciti, canti & balli perché la gente non ti ascolti, non ti legga, non ti veda, non ti compri? Per cui, scegli: o boicotto pure te, oppure ti e mi metti nella condizione di poter scegliere con coerenza. In ogni caso, non puoi rinfacciare a me le conseguenze di una opzione che dipende tutta da te.
Allora dovresti cominciare tu a fare a meno di computer, e-mail, telefonini e di tutti i prodotti delle multinazionali.
La presente coda di paglia, già sfiorata poc’anzi, è il caso più tipico, benché astruso, di trucchetto dialettico, si sia letta o meno “L’arte di avere ragione” di Schopenhauer. Consiste nell’eludere la questione mescolando due piani logici solo apparentemente comparabili (Berlusconi è ricchissimo e onnipresente, quindi è come le multinazionali). In realtà la forzatura è palmare: i telefonini, i computer e tutti gli altri feticci della globalizzazione con Berlusconi c’entrano come Berlusconi con la democrazia e il pluralismo: in modo tangenziale, indiretto, e per nulla scontato. Tutto sta a volere: la dittatura dei computer non è più evitabile, quella di Berlusconi per il momento ancora sì e ci corre una certa differenza (la stessa che corre tra pagare ed essere pagati) tra la necessità di stare semplicemente al mondo, alla meno peggio, e l’opportunità di farci stare, sempre meglio, uno che già ci sta benissimo, e in modo talmente ingombrante da suscitare giustificati timori per il suo stra e prepotere. Viaggiamo, oggi più di ieri, verso l'uomo a una dimensione? Forse, ma per colpa di troppi ominicchi che a quella monodimensionalità si conformavano fingendo di ribellarsi.
Perché, pubblicare con Agnelli (sic) è diverso?
In punto di logica, sì, certo. Qui non si tratta della critica marxista al capitale, per cui non usciamo – apposta – dal seminato, per favore. Certo che è diverso. Agnelli, Feltrinelli, Longanesi, Pirelli (par di sentire il “Nuntereggae più” dell’immenso Rino Gaetano) o qualsiasi altra grande compagnia, per quanto ramificata, non ha mandato il suo padre padrone a fare il presidente del Consiglio, a vivere in perenne conflitto d’interessi, a fare leggi (oscene) pro domo sua, a gestirsi in splendida solitudine la totalità della comunicazione e informazione televisiva, di gran parte di quella stampata, del Parlamento, del Governo e di una buona fetta dell’economia. Inoltre, questo modo di ragionare sarebbe incredibile già per un liceale ripetente, non diciamo per un artista e soprattutto un intellettuale o uno scrittore: il che la dice lunga del livello medio delle suddette categorie in questo Paese.
Non è demonizzandolo che il problema si risolve
Infatti qui non si demonizza chi sta in cima all’impero: si chiede coerenza a chi dice di non gradire l’imperatore, di temerlo, di combatterlo e però, da nessuno costretto, bussa alla sua porta, evidentemente per una qualche contropartita. In assenza di demonizzazioni, e ferma restando l’insindacabilità di quanti fermamente decisi a non resistere, resistere, resistere, qualcuno ha qualche idea per risolvere il problema?
Se dovessimo non lavorare con qualche società di Berlusconi allora non dovremmo lavorare neppure in Rai. Il vero problema è l’anomalia italiana, che vive in una situazione di monopolio totale
Alla quale, si potrebbe rispondere al divetto prezzolato di turno, tu contribuisci per la tua parte. Ora, premesso che c’è una leggera differenza tra una impresa posseduta da un privato presidente del Consiglio e una azienda (ancora) pubblica come la Rai, controllata dal presidente del Consiglio privato, resta il fatto che affermazioni come quella di cui sopra spandono un inconfondibile aroma di cialtronaggine: vuoi perché sono evidentemente contraddittorie in se’, vuoi perché se un vero problema c’è, non è assecondandolo che si risolve. In realtà la questione va oltre la Rai e chiede, a chi ce l’ha, almeno una dose minima di buon senso: dato per scontato che, nell’economia globale delle catene finanziarie, un impero può avere stanze comunicanti con altri imperi, pare intuitivo che collaborare per il Corriere della Sera, tanto per fare un esempio, difficilmente potrà configurare un rapporti d’affari con Berlusconi anche se lui, per vie societarie, è interessato ad una parte di Rcs/Corriere; altra cosa è concordare un ingaggio con Mondadori continuando a latrare contro Berlusconi. Siamo seri, signori divetti!
Il vero problema è creare una vera alternativa forte al potere berlusconiano, per avere più forza sul mercato
Variante, solo apparente, alla coda di paglia precedente. È perfino ovvio che non ci sarà mai alcuna alternativa, nemmeno debole, nemmeno virtuale se invece di crearla tutti s’intruppano nell’impero del monopolista. La concorrenza è il primo principio del mercato, ma se corrono tutti da chi ha ammazzato la concorrenza e soffocato il mercato, di quale alternativa si vuole poi cianciare?
Ci sono problemi ben più gravi al mondo
Questione di punti di vista. Sta di fatto che il mondo, tutto, è sempre più preoccupato per la situazione italiana, che sempre meno riesce a capire e a giustificare. Ha scritto il New York Times: “Per molte persone che non vivono in Italia – e sicuramente per molti americani – è difficile capire come il primo ministro italiano Silvio Berlusconi riesca a rimanere al potere”. Difficile all’estero, facilissimo in un Paese dove chi scassa, di solito, incassa.
Se mi togliessi, farei un torto ai tanti che lavorano per Mediaset
A cominciare da te stesso. Un po’ di dignità, se ancora ne resta: altrimenti per questa strada impercorribile finiamo a difendere qualsiasi cosa, dalle banche che finanziano i commerci d’armi alle multinazionali che sfruttano i ragazzini nei quattro angoli di mondo, fino ai più turpi settori mercantili. Tutto ha un indotto, ma è questione di assumersi, se non fa troppo schifo, le proprie responsabilità etiche.
Tu vorresti che Mediaset e Mondadori sparissero
Questa è la più insidiosa, perché la più ipocrita e vittimista. È d’effetto in quanto apocalittica, ma si fa presto a smontarla. Anzitutto, la critica non va a Mediaset e/o Mondadori in quanto tali (o in quanto possedute da Berlusconi – sono, anzi, fior d’industrie a prescindere da come sono state partorite o acquisite: nessuno potrà negare che il loro mestiere, fare soldi, produrre ricchezza, lo sanno fare egregiamente). La critica non va nemmeno a quanti firmano in genere per Berlusconi (che magari approvano, e sono ovviamente liberissimi di farlo). La critica, fermo restando che semplicemente di tale si tratta e non di veto o proscrizione (la democrazia postula perfino l’antidemocrazia, purché non praticata), va a quelli che dicono di non sopportare, peggio, di temere Berlusconi e poi gli si consegnano contrattualmente, sottostando a inevitabili censure e aiutandolo a rafforzarsi; quantomeno, portandogli un lustro e una immeritata patente di democratico. E Dio solo sa se Berlusconi ha bisogno d'esser rafforzato. In una parola: la critica non va all'editrice, ma, semmai, all'edito, del quale troppo spesso non si capisce il curioso masochismo che lo porta a intrupparsi con una realtà che dice di temere.
Non accetto questa intransigenza da talebano
Fai bene, perché qui i talebani non c’entrano proprio o, se c’entrano, è dalla parte opposta. Quelli erano una casta di tiranni che conculcavano, e continuano a farlo, le libertà fondamentali, da quella di pensiero e di espressione alla dignità umana per le donne, fino alle proibizioni paranoiche contro gli aquiloni, per approdare alle torture sui bambini. Parlare di “talebani” in Italia non suona stonato: suona assurdo. Ma se il chiedere conto di una clamorosa contraddizione come prendere soldi (o comunque ricavarne) da chi si dice di avversare (e se mai di temere, e di non voler rafforzare), basta ad esser battezzati come “talebani”, allora è proprio il mondo alla rovescia: conviene prendere la Costituzione con tutte le sue libertà, facoltà e diritti incluso quello di critica, e usarla per avvolgerci i salumi, o i soprusi, che è esattamente quel che l’imperatore punta a fare, e fa. In effetti, l’accusa va rispedita ai mittenti: sono loro i talebani, fondamentalisti dell’incoerenza e del proprio comodo, che, se sindacati, diventano feroci (però non rispondono).
Uso le sue strutture per dire quello che mi pare: l'importante è che arrivi il messaggio
Che di solito non viene precisato, così come la presunta direzione. Per il princìpio dell'ipocrita, la presente coda di paglia viene agitata con forza proporzionale alla collocazione "a sinistra" di chi la agita. Più stanno "di là", più si sbattono "di qua", affidandosi ai megafoni del più clamoroso demonizzatore (in apparenza) della sinistra di tutti i tempi. Ora, a parte le implicazioni di ordine morale, che sconsiglierebbero una strategia così ambigua, non si hanno notizie di apprezzabili risultati mentre non mancano i precedenti catastrofici: altrimenti non si spiegherebbero gli alti lai dei martiri di professione, che nel tempo hanno costruito una lucrosa carriera sulle censure subite, qualche volte cercate, più tardi rientrate, salvo dimostrare a tutti che il crimine del Cavaliere stava nel temerli, trasformando un drappello di guitti innocui in un'armata di assai presunti combattenti per la libertà. Conveniva lasciarli liberi di smarronare, che si distruggevano da soli, come è avvenuto non appena riammessi al banchetto televisivo.
Non ho avuto alcuna censura, ho potuto dire/fare tutto quello che volevo
Bugia. O almeno non-verità. Nel senso che le censure semmai non arrivano dove non serve farle arrivare. Per esempio, in ambiti tuttora minori come internet, la produzione libraria (ma non tutta) o quella teatrale (ma non tutta). Senza contare che, sapendo con chi hanno a che fare, gli eroici rivoluzionari della situazione sanno già come autocensurarsi in via preventiva, barattando Parigi per una Messa cantata dai critici/e compiacenti, i criticuzzi/e da blog che fanno pappa & ciccia mercantile con gli autori che dovrebbero soppesare. Uno dei vantaggi acquisiti del poter uscire con Mondadori, infatti, non consiste tanto nei soldi e negli ingaggi (che pure pesano) quanto nella matematica garanzia di ottenere buona stampa, recensioni entusiastiche, poche insignificanti stroncature quando ci sono; insomma, di venire esaltati come nuovi Simenon, senza che nessuno possa eccepire nulla su nulla, se non vuole giocarsi il posto sul giornale. E questa è la forma più antidemocratica, più fascista di conformismo, da parte dei masanielli della rivoluzione letteraria e non.
Questo è il mercato, è assurdo e impossibile restarne fuori.
Se così è (ma non è proprio così: il mercato non è fatto esclusivamente di Berlusconi), prendiamone atto. Ma questo non significa, allora, arrendersi all'evidenza di un crollo, firmare sotto la scomparsa di quella fatale alternativa, il comunismo, l'economia dirigista, che ancora sbandierate, che ancora ostentate di voler riesumare, da Casarini in poi? Che fate? Sbandierate e intanto seppellite? È così che la preparate, la vostra via d'uscita? Oppure aspettate tempi migliori e intanto contate gli anticipi, lamentandovi, magari, perché sono pochini?
Lo considero un risarcimento
Oh, bella: e per cosa? E alla dignità, se mai, quale prezzo darai?
Il problema è un altro: vogliamo parlare (per esempio, ndA) dei compagni e le compagne ingiustamente detenuti in carcere?...
Bla, bla, bla. Ma quanto ti servono, a pararti le chiappe, quelli che stanno “ingiustamente” dove stanno, magari proprio per aver dato retta ai tuoi vaneggiamenti strategici? Loro dentro una cella e tu dentro la casa editrice di quelli che hanno spedito dentro i compagni e le compagne? Che fanno: passano il tempo delibando il tuo personale e non cedibile “risarcimento”?...
Il problema è un altro/2
Ma certo, si capisce, figurarsi, per carità, il problema è sempre un altro. “Mancherebbe”, come diceva Franca Valeri...

(tratto e corretto da “C'era una volta un re”, 2004)

Massimodelpapa

altri riferimenti su questo stesso blog agli articoli:
“Per quanto ancora crederete al mio bluff?”, del 20 marzo 2007
Ecco come andò, del 7 febbraio 2006
e sul blog principale, “babysnakes”, all'articolo:
M'accuse, del 15 dicembre 2007

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martedì, 06 novembre 2007

E dopo?
Camminavamo fianco a fianco, nel cortile a larghe mattonelle. Erano già trascorsi i primi mesi del mio contratto a termine, l’indomani avrebbero dovuto dirmi se la mia esperienza di lavoro sarebbe proseguita o no.
Istintivamente avrei voluto rispondere: “E come faccio a saperlo?”, ma pensavo già che avrei rischiato di risultare acida e aggressiva. La persona che mi poneva la domanda non lo meritava: la sua era una preoccupazione autentica, la stessa che probabilmente avrebbero avuto i miei genitori.
Dopo che cosa avrei fatto? In quel momento speravo che il dopo fosse rimandato al “dopo-dopo”, come in effetti poi accadde. Il contratto mi venne prolungato per ben tre volte, il che mi permise di accumulare undici mesi di lavoro ben retribuiti.
Poi il dopo arrivò.
Nei giorni precedenti dormii pochissimo. Con l’avvicinarsi della scadenza che sapevo che sarebbe stata definitiva, mi sentivo ogni giorno più smembrata, come se il corpo e la testa navigassero in direzioni contrarie. Eppure, non attribuivo la tensione direttamente alla causa: anzi, pensavo piuttosto di avere qualche male fisico, che so, la pressione alta o una forma di nevrosi incurabile. Anni prima la mia emotività aveva raggiunto livelli pericolosi, come una diga per mesi ingrossata dalla pioggia. Da allora avevo vissuto nell’attesa che l’inondazione potesse verificarsi per davvero e anche se non era mai successo, finivo per mettermi sul chi vive molto prima di arrivare al travaso.
Il primo giorno pulii freneticamente tutta casa. Ricordo di aver ricevuto un sms dalla persona che mi aveva chiesto premurosamente che cosa avrei fatto dopo, quel giorno in cui il dopo era ancora lontano. “Com’è andato il primo giorno fuori di qui?”. Ebbe la cortesia di non scrivere “da disoccupata”, un gesto che apprezzai molto. Probabilmente il mio amico voleva chiedermi come mi sentissi psicologicamente, ma io per natura tendo a prendere le parole in senso letterale, attaccandomi a loro come se le stessi traducendo da una lingua straniera. Risposi all’sms elencando tutte le attività domestiche che avevo svolto fino a quel momento. E niente altro, anche se nello scrivere e inviare quel resoconto dalla cambusa mi accorsi che forse avrei dovuto parlare d’altro. Di come mi ero sentita senza il vincolo della sveglia, del tragitto faticoso fino al lavoro e delle incombenze che quel lavoro mi richiedeva, comprese le relazioni con i colleghi che durante quell’anno non sempre erano filate tranquille.
Ero nel dopo, ma facevo finta di non esserci.
Del resto, bisognava che mi ci abituassi. Pian piano presi coscienza del mio nuovo status. Decisi persino di sottopormi a un check-up per verificare se l’insonnia prolungata non avesse cause fisiche. Accantonati i dubbi, passai un mese fiorito e profumato nella mia città natale. Un pomeriggio mi ritrovai a battere il piede ritmicamente in una piazza del centro: un gruppo di musicisti di canti tradizionali recuperati dal passato contadino mi fece dimenticare per due ore che solo trenta giorni prima ero da tutt’altra parte, probabilmente con la testa china sulle bozze che dovevo correggere con molta attenzione.
Stavo bene. L’insonnia era sparita, il viso cominciava a distendersi. I rimpianti sarebbero venuti più avanti, quando la temperatura divenne più calda e i conflitti con i miei dai quali mi ero rifugiata per qualche tempo, mi fecero capire con chiarezza che dovevo trovare un nuovo inizio.
Un nuovo lavoro, sì, ma più che altro una collocazione nel mondo. Una qualsiasi, almeno per cominciare. E le due cose, il lavoro e la collocazione nel mondo, purtroppo coincidono per quelli che non hanno pedigree nobiliari.
Solo che non sempre gli inizi arrivano. Più spesso ci si aggrappa a quello che c’è, ripartendo, nel mio caso, dalla formula “Pap”, cioè pagata a pezzo, che nel gergo del giornalismo vuol dire articolo. Dall’elemosina, insomma.
Ricordo il novembre freddissimo nella mia vecchia casa del nord, con la vestaglia sopra il maglione e la coperta sulle gambe. Si era rotta la caldaia, ma nonostante i termosifoni gelati io dovevo starmene al computer perché avevo un lavoro da consegnare. Probabilmente si trattava dell’intervista a un riccone svizzero produttore di orologi. Per fortuna mi aveva chiamato lui direttamente sul telefono fisso, poggiato sulla tristemente pretenziosa tavola da pranzo di legno beige plasticato con i bordi dorati che usavo come scrivania. Più avanti fui anche capace di ironizzarci su, perché in effetti la situazione era davvero paradossale. Io ghiacciavo, mentre dall’altro capo del filo una voce bassa e suadente mi intratteneva sul concetto di moto perenne e sincronico. Se non altro almeno una parte del corpo mi s’era scaldata, anzi due: l’orecchio e la spalla con cui reggevo la cornetta, mentre prendevo appunti direttamente al computer.
Per ironizzare occorre tempo, però. Quando sei nel mezzo del “dopo”, non sempre hai l’energia necessaria per giocare con gli scherzi della sorte.
E’ proprio quello che mi sta capitando adesso. Oggi mi sento alla vigilia di un nuovo “dopo”. Rispetto all’altra volta, certo, ci sono delle differenze. Intanto, spartisco questa condizione con altre persone. Mi specchio nei loro occhi e vi intuisco lo stesso senso di smarrimento che sicuramente loro leggono nei miei. Spesso, poi, ci confrontiamo, o forse sarebbe più esatto dire che sfoghiamo ciascuno, secondo binari paralleli, il senso di frustrazione che ci provoca non sapere come sarà il dopo. A volte le nostre ansie convergono: quando capita ci sembrano più sopportabili e crediamo anche di essere in grado di dominarle. Poi però ci separiamo, passiamo lunghi fine settimana nell’inattività forzata, sacrosanto diritto di qualsiasi lavoratore che si trasforma in un incubo per chi il lavoro non l’ha più. E anche per chi teme di perderlo da un momento all’altro, secondo un copione vecchio e banale.
Eppure, ribadisco, non tutto è uguale. L’altra volta, per dire, non riuscivo a dormire mentre ora sono più le mattine che spengo la sveglia e mi riaddormento che quelle in cui cedo al latrare molesto dei cani dei vicini. L’insonnia è la bestia peggiore del “dopo”. Le giornate sono già lunghe, almeno la notte si vorrebbero riposare i nervi logorati dall’ossessione del tirare a sera, per lo sforzo di aver tenuto la schiena dritta pur di non cedere all’angoscia di non sapere come riuscirci.
Si dice che i depressi dormano a lungo. Chissà se è il mio caso. A me, a dirla tutta, non pare di essere depressa. Forse sono anch’io “platonica”, come raccontava una conoscente incontrata in spiaggia l’altro giorno, anche se forse sarebbe stato più esatto dire epicurea: ripeto, per me che prendo le parole alla lettera un termine sbagliato è fastidioso quanto un gessetto nuovo strisciato sulla lavagna.
Forse sono semplicemente preparata all’idea del dopo.
Il dopo non è cosa che passa in un giorno, né si può evitarlo finché abbiamo vita.
E’ il vuoto che arriva dopo il pieno, in attesa che la natura o la storia lo riempia di nuovo.
Quante volte l’ho cercato io stessa come atto di sfida contro la mia pigrizia?
La pagina bianca è il vuoto, ma lo è anche quella piena. Dopo che cosa aggiungo? Come vado avanti?
La paura di non sapersi rispondere c’è, ma finora è stato sempre più forte l’istinto di buttare qualche ipotesi, ulteriori percorsi di esistenza.
Forse sarei una buona giocatrice d’azzardo, chi lo sa.
Mi è venuto questo dubbio tutte le volte che la domanda “e dopo?” mi veniva rivolta così, pour parlez, da persone che in fondo non si preoccupavano davvero del mio futuro. Da quelli che il sedere sulla sedia ce l’avevano e nessuno gliel’avrebbe sottratta. Non nascondo di essermi anche arrabbiata, ma con gli anni ho imparato che non era colpa loro. Il vuoto spaventa, lo vedo da come ho reagito sull’aereo quando ne ho incontrato qualcuno sospesa in mezzo alle nuvole.
Che poi, stavolta, non c’è quasi più nessuno che me lo chiede. Pagherei anzi per sentirmelo dire di nuovo. Oggi sono circondata da troppa gente che vive più o meno alla giornata, che del “dopo” ha imparato a fare una realtà ormai incontrovertibile. Un contratto a tre mesi per farsi la stagione estiva in uno stabilimento balneare è già una buona notizia. Tremila visite giornaliere al proprio blog sono già un successo, un dono all’ego che è riuscito a rendersi visibile senza bisogno di dichiararlo al fisco. Ogni tanto qualcuno dei miei nuovi conoscenti alza la testa e prova a cercare un’alternativa, un’altra strada che possa portare a un nuovo “dopo”. C’è chi al termine di una dura giornata in fabbrica si butta in un corso di formazione per diventare vigile urbano (ma una volta non era uno dei mestieri nominati più di frequente nelle barzellette, poco sotto quello del carabiniere? I sogni si adeguano ai tempi, evidentemente). Si sa già che i posti saranno pochissimi e contesi tra una pletora di candidati sudati e sfiniti da codici e leggine, sempre più simili ai questuanti che in epoche antiche cercavano di accaparrarsi i favori di qualche parruccone inginocchiandosi a baciargli l’orlo della veste. C’è poi chi spera nel contrattino a tempo determinato, però di un anno, che è già una gran cosa, e poi in Comune, che una volta era il sogno di ogni genitore per il proprio figlio; e c’è anche chi sarebbe disposto a rinunciare al tempo indeterminato, accontentandosi di un incarico a termine secondo i dettami imposti dalla famigerata legge Biagi, pur di trovare un lavoro più simile al proprio percorso di studi, alle proprie inclinazioni, a se stesso insomma.
Nella maggior parte dei casi, cambiare è impossibile. Ma non ci avevano detto che dovevamo abituarci alla flessibilità? Chi è flessibile, infatti, gestisce meglio i “dopo”. E c’è che ci si sta allenando da anni: perché non dare una chance dopo tanto training?
Forse hanno ragione i gufi (ma in realtà fior di studiosi) che preconizzano da anni la fine del lavoro. Se i posti diminuiscono non c’è “dopo” che tenga: o ci si accontenta di dividere in dodici la torta che prima si mangiava in quattro, naturalmente godendo di porzioni più piccole, o si prova a dividere un’altra torta con qualcun altro. Magari si tratterà di un dolce secco, non con la panna come il primo, ma ci si accontenterà perché quest’ultimo lo vogliono meno persone.
Però non si scappa.
Le nostre aspirazioni, le mie, ma anche quelle dei miei amici e di chi non conosco, non contano: noi, piccoli insignificanti bipedi, non decidiamo proprio un bel niente.
Se solo fossimo capaci di accettare la crudezza di questa verità probabilmente smetteremmo di oscillare tra il pieno e il vuoto inseguendo prima l’uno e poi l’altro.
Degli altri, però, non so dire. Sarebbe il segno di una tracotante presunzione.
Di me so che sono pronta al nuovo “micro-dopo” che potrebbe risucchiarmi come un buco nero in una galassia sconosciuta nel giro di poche settimane.
Sarà la storia a decidere da quale parte del cosmo riemergerò.
Alessandra Cicalini

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domenica, 20 maggio 2007

WILKO – SKY BLUE SKY
Io non so da dove cominciare a raccontare questo disco, questa sorpresa, questa scatola delle meraviglie chiamata Wilko. Se pensavate che avevano raggiunto il culmine col precedente, ricredetevi. Questo è un fulmine. Non so che dire, tanto è bello, commovente e intenso. E geniale: tiene insieme i dEUS, Neil Young, gli Wilko di ieri, Elton John, i Supertramp, The Band, i Pavement e chissà chi altri ancora (così è, se vi pare) e li fa cantare tutti in un coro stratosferico. La chitarra fa cose inverosimili per gusto, senso della misura, intelligenza. La voce è più dimessa che mai eppure strugge, accompagna, conduce. E ce ne sarebbe d'inchiostro da versare, ma chi se la sente di rovinare una sorpresa così?
Pensare che a me manco piaceva l'alt. Country. Ma qui c'è altro, una musica senza tempo e senza confini, c'è la grandezza del genio consapevole d'esserlo, per scomodare Goethe, in tutta la sua magnifica arroganza travestita da umiltà. Io non so sa dove cominciare, per raccontare un disco così.
Massimodelpapa

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lunedì, 02 aprile 2007

OLTRE GLI STONES?

La sera del 18 novembre, ammiccante come non mai sul palco della Boardwalk Hall di Atlantic City, metropoli regina del Tri-State, Mick Jagger ha salutato i fans giunti da New York, New Jersey, Philadelphia, Baltimora e Washington per l’ultimo show del tour “A Bigger Bang” sulla costa atlantica degli States. Tutto era iniziato da lì, alla fine di agosto del 2005, in un tempio del baseball di Boston. A chiudere definitivamente le danze sarà la performance di Vancouver (il 25 novembre), mentre gli Usa hanno avuto diritto al loro ultimo walzer nella serata del 22, a Los Angeles.
A quel punto, le Pietre si caleranno nel vuoto pneumatico classico di ogni fine-tournée. Keith Richards e Mick Jagger, solidali con i metalmeccanici di tutto il mondo, voleranno verso l’isola di Mustique e la Jamaica, Charlie Watts sparirà dietro ai suoi pluri-premiati quadrupedi di razza “Halsdon Arabians” e Ronnie Wood si mimetizzerà nel paesaggio bucolico della County Kildare, dove la Guinness cresce direttamente sugli alberi, come i migliori frutti regalati da Madre Natura.
Occupazioni che si protrarranno finché il professore (di matematica) Michael Cohl suonerà la campanella, presumibilmente per l’estate 2007, richiamandoli all’ordine. In fondo, questi ragazzacci, hanno diritto a riposarsi. La tournée appena chiusa li ha visti infrangere record non riusciti in quarant'anni di carriera. Un risultato che diventa difficile anche solo pensare, figurarsi conseguirlo. I milioni di spettatori di Rio de Janeiro, la prima volta sul suolo cinese, l’incredibile sequenza di serate sold-out (a prezzi, per di più, da "Pronto Leasing"), le performance iper-intime al Radio City Music Hall e al Beacon Theatre di New York (con un emerito sconosciuto come Martin Scorsese a guidare la selva di telecamere disposte nel teatro per immortalare l’evento). Più che mai Stones, più che mai incontrastati sovrani dell’Olimpo rock (da loro creato). Ogni altro commento è superfluo.
Eppure, a voler andare a fondo, il tour seguito a un disco arrivato come un calcio nei gangli vitali a chi li dava per spacciati in studio, sta alla carriera degli Stones come il Vietnam alla storia degli Stati Uniti. In questi quasi diciotto mesi, alla banda rotolante, complice forse la renitenza a dare un’occhiata ogni mattina alla carta d’identità, ne sono accadute davvero tante, al punto da ricordare più la “Medjugorie Band”, che i padri del rock contemporaneo. Nell’ordine: l’incidente di Keith Richards alle isole Fiji; le morti di Art, fratello di Ronnie, e di Joe, padre di Mick; la caduta di Amet Erthegun nel backstage del Beacon.
A ciò va poi aggiunta, specie nell’ultimo leg americano, una performance musicale pregna di momenti d'oro. Tra gli infoiati di Internet circola una versione di “She’s So Cold” da chiamata immediata al “Telefono Azzurro”. Il cantato è del tutto svincolato dalla batteria, le ritmiche di chitarra sono azzardate (per usare un eufemismo) e l’assolo sembra provenire da una radio tenuta accesa accanto al palco, e non certo da uno dei musicisti che calca le assi inchiodate da Mark Fisher. Va bene che la suonano gli Stones, sicché agli occhi del mondo intero la Waterloo che varrebbe dozzine di pedate nel didietro a degli esordienti, si trasforma all’istante in iconografia rock, ma far finta di niente è davvero difficile.
Esercizi di osservazione che è giusto far finire su carta, non per istinto vessatorio, o per volontà delatoria, ma per la loro meravigliosa capacità di lasciar trasparire un elemento di riflessione a lungo trascurato (ma non trascurabile). A sessant’anni suonati, quando hai creato un genere, sopravvivendo al perbenismo del sistema cui l’hai sbattuto in faccia, agli eccessi di una vita a cinque stelle, alle insidie di chi ha provato in tutti i modi a sottrarti un marchio di fabbrica milionario, ad un mercato che ha perso la memoria, non hai più niente da dimostrare. Più niente. Chiunque, a quel punto, direbbe: “è meraviglioso, sei nella condizione migliore, puoi continuare per il solo fine di divertirti”.
Senz’altro, quantomeno limitandosi ad un’occhiata superficiale della situazione. Tuttavia, il tour “A Bigger Bang”, ma soprattutto i suoi annessi e connessi, sono lì a dimostrare dell’altro. Quando inizi a divertirti (ammesso che non sia vagamente ipocrita usare questo termine, nel momento in cui il tuo compenso viaggia dalle parti del milione e duecentomila Euro a serata), ti si para davanti il peggior nemico mai spuntato sul tuo cammino: te stesso. Proprio così. La tua immagine riflettuta nello stagno è quanto, mai come prima, potrebbe costarti cara, in grado com’è di spingerti quel mezzo metro più avanti, per guardarla meglio.
Il successo dei Rolling Stones è tale da avere costantemente affiancato la dimensione mondana a quella artistica. Da oltre quattro decenni la loro presenza, la loro essenza marcia di pari passo con la modernità più rutilante, con le “luci della ribalta”. Loro stessi sono luci violente, abbaglianti, un carrozzone sempre più acceso portato in giro per il mondo. Come nessun altro, gli Stones hanno condensato e moltiplicato l'elettricità del cosiddetto jet set, della bella vita, della bella gente da Warhol a Godard, da Nurejev a Chagall, da altre rockstar ad attori a modelle di fama, fino a Clinton e a Scorsese. Dire Stones è dire da 45 anni spettacolo al massimo livello il che significa inevitabilmente confuso nella nebulosa che miscela intrattenimento potere e politica. Significa l'impatto dell'industria dello showbusiness in tutta la sua potenza, grandi jet, grandi hub (dove magari aleggia la musica degli Stones), grandi limousines, grandi hotel, grandi fiche e tutta la frenesia e l'eccitazione che condensa questa dimensione da ultimi dei dell'Olimpo.
In questo incanto perenne, in questa bolla dorata che resiste alle mode e le detta, le condiziona, è facilissimo perdere il senso delle proporzioni e continuare per inerzia, anche perchè gli Stones, come tutti quelli maledetti dal proprio talento, sono condannati a esercitarlo in eterno, hanno solo quello e senza quello muoiono. Prospettiva che giustamente sembra atterrirli. Non è possibile, non ha senso immaginare i Rolling Stones se non con la tensione spasmodica, l'isterica attività che li fa rimbalzare su e giù per il mondo, sballottati dal respiro possente della folla, frecce conficcate nel futuro che si fa presente. La quiete, la tranquillità, la riflessione non sono per loro, l'unica volta che ci hanno provato è stato un bagno di sangue che ha rischiato di travolgerli.
I Rolling Stones sono condannati da se stessi a andare avanti fin dal 1962, dai primi concerti parrocchiali e anche ora che sono scheletri oltre la morte. La parola “off” nel loro vocabolario non esiste, è stata bandita. Continuano a dispetto dei lutti, degli incidenti, delle malattie e per il pubblico che succhia il loro orgoglio rabbioso questo va bene: basta che ci siano, lì su un palco infinito, coi loro vestiti impossibili, le loro movenze feline, le loro facce sempre più accartocciate e il loro carisma inossidabile. Basta che escano dal cono d'ombra in un tuono da Walhalla mentre Keith attacca il suo primo accordo, scatenando la tempesta, l'ennesima replica del sabba per l'orgasmo collettivo, e poco importa quel che si sentirà o non si sentirà. Ma se davvero gli vogliamo bene, se qualcosa gli dobbiamo, non possiamo negare loro la franchezza che si deve agli amici migliori; e la franchezza ci porta a dire che raramente, in quest'ultima scorribanda planetaria, le cose sul palco sono andate come dovevano. Che i veri Rolling Stones si sono sentiti solo a sprazzi, che la salute o la motivazione hanno giocato brutti scherzi, che Keith per tutto il tour, durato finora 15 mesi, ha ripetuto in ogni canzone di ogni concerto lo stesso identico riff, che Ron Wood a volte sta lì come un soprammobile, a volte si esalta, altre ancora non sa dove portare la sua chitarra. Che i supporter di lusso sono stati chiamati a riempire, a sorreggere troppe canzoni anziché limitarsi ad arricchirle. Che, in definitiva, a questa versione dei Rolling Stones sono mancati i Rolling Stones: c'era la frenesia, la grandezza, l'onda lunga della mondanità selvaggia, c'era tutto ma mancavano loro sul palco, la loro disinvoltura, la loro padronanza. Il pericolo.
E lo sanno benissimo, ma il rischio è che decidano di barare, continuando in eterno anche così, perchè alle platee di tutto il mondo vanno bene anche così.

Massimo Del Papa & Christian Diemoz

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sabato, 24 marzo 2007

THE STOOGES – The Weirdness
Secondo me l'unica cosa centrata su questo ritorno degli Stooges l'ha scritta Guglielmi sul Mucchio: un buon disco di un certo tipo di rock, una sorta di “Amici miei” per divertimento e per soldi (e ci mancherebbe...), che non ha senso comparare a un passato glorioso, così da farcelo uscire per forza perdente. Ovunque altrove si son lette cazzate furibonde, a riprova che di critici, siano letterari che musicali, sulle riviste più o meno specializzate non c'è traccia, trattasi nella pressochè totalità dei casi di orecchianti, segnalatori, ma il termine tecnico è: magliari. Spacciatori di patacche. “The Weirdness” patacca non è; è un disco divertente, che ricorda più un Iggy Pop solista, per esempio quello di “Naughty little doggy”, con, combinazione, un paio di vecchi amici dentro. Le chitarre si concentrano sul tappeto ritmico più che sugli assoli (ci sono, ma restano di sfondo, di ricamo), un po' sullo stile dei Rolling Stones. Qualche pezzo è, alla lettera, irresistibile, come l'iniziale Trollin'. Di punk, qualsiasi cosa fosse (fu una truffa, per espressa ammissione di chi lo inventò), qui si conserva più che altro la scioltezza, quaranta minuti e via, strutture immediate, come a non volerci sudare su troppo. Il che non è per forza un difetto. Il difetto, casomai, sta nella produzione fracassona del solito Albini, uno che, anche per questioni anagrafiche, dovrebbe evitare di metter bocca su ciò che non sa. Contrariamente a quanto sostenuto dagli orecchianti, in ogni modo, questo è un disco che non delude, per il semplice motivo che non sembra porsi il problema: anzi, mantiene molto più di quanto non promettesse. La riprova sta proprio nell'aver fatto un lavoro breve, concentrato, non l'autocelebrazione che ci si poteva attendere da una operazione simile. Sciocca anche la critica ad Iggy Pop di non esser più quello, di non cantare più come prima: per forza, ha 60 anni, 40 di più. Non è che non sappia: non vuole. Uno che da vecchio si atteggia come quando era un moccioso, non è un artista: è un imbecille. Tutto si trasforma, per fortuna. Quello che non passa, qui, è un certo spirito, un certo modo di intendere la musica e la vita, maturato dieci anni prima che venisse coniato il termine ufficiale.
Massimodelpapa

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mercoledì, 21 marzo 2007

ARIA VIZIATA

un racconto di

Alessandra Cicalini

Chissà perché, i locali uso ufficio hanno sempre quell’aria un po’ stantìa, da vecchio film anni Settanta. Di più, in città come in provincia, al nord o nel centro Italia, appena varcata la soglia delimitata dal pesante portone blindato o da una più modesta in legno plasticato, si viene avvolti da un calore malsano di radiatori misto agli aliti non proprio freschissimi degli occupanti.
Prima ambientazione: una città del nord, anzi, la città del nord per eccellenza, Milano.
Il titolare è un commercialista, come in genere capita, è maschio, ultrasessantenne, ma dall’atteggiamento si capisce che non ci pensa proprio a lasciare la scrivania. Men che meno manda via la sua segretaria, femmina, in genere poco più giovane di lui, che un giorno gli aveva fatto girare la testa con le sue gonne appena sotto il ginocchio e le prime calze di nylon 15 denari color carne, tenute salde intorno ai fianchi dai calzoncini melange proteggi-reni. Oggi il taglio delle gonne è rimasto lo stesso, solo due (fai pure quattro) taglie in più, sui polpacci gonfi di ritenzione idrica contenuti da calze più spesse, di quelle che si comprano in farmacia. Ma il commercialista non assumerebbe mai una segretaria più giovane: una volta ha provato ad affiancargliene una, con uno di quei contratti moderni, co.co. qualcosa, ma questa non voleva neanche preparargli il caffè, e poi dicono che vogliono lavorare, questi giovani.
In piedi, al di qua del grosso scrittoio di legno marrò, non si sa se sedersi, visto che il capo non invita neanche con un cenno a prendere posto sulle sedie da ufficio con lo schienale imbottito e le ruote girevoli. Alla fine, facciamo da noi: restarsene impalati e ritti come nella coda alle poste è troppo patetico.
Che garanzie possiamo dare? Mah, vediamo: io collaboro saltuariamente nell’editoria, il mio “ragazzo” sta cercando lavoro… però abbiamo papà con la pensione sicura che fa da garante. La casa? Beh, è un po’ fuori mano, però, di questi tempi, 700 euro per 65 metri quadrati sono proprio un affare. La testa del capo tremola mentre cerca di fissare lo sguardo sull’agenda, per prendere appunti su di noi: traduco dal disprezzo con cui traccia “collabora” che sta pensando in realtà “si arrangia, ma non c’ha una lira”, “cerca lavoro? Sì vabbè, è nullatenente”. Il cranio dondolante lascia pensare che il vecchio abbia un principio di Parkinson. Sì, c’è un figlio che fa il suo stesso lavoro, ma niente, non è capace, perciò lui “è costretto” a restare al comando del prestigioso studio che lui ha creato, lavorando giorno e notte da solo, senza babbo che l’aiutava.
Insomma, sfigati, senza soldi e pure smidollati. Ci stringiamo le mani con poca convinzione e siamo fuori. L’aria è satura di smog, ma sembra incredibilmente pura rispetto a quella che abbiamo respirato fino a un attimo prima.
Altra città, più piccola, al confine tra centro e sud, stesso copione: stavolta l’ambientazione è un’agenzia immobiliare, al primo piano di un palazzo senza identità, costruito su una strada in un tempo neanche poi così lontano in cui di sicuro era attraversata solo da carretti. Gli arredi sono meno pretenziosi, ma l’aria viziata è la stessa. Ci accoglie un vecchio se possibile ancora più matusa del lombardo commercialista, bassetto e tarchiato, occhi da rana.
Ci fa strada in una stanza dal soffitto incredibilmente basso, con un'ampia finestra che domina sulla via. Nell'attesa che il figlio si liberi dalla telefonata il vecchietto ci squadra da capo a piedi mentre i miei occhi sono attratti dalla macchina da scrivere che sta dietro di lui. Una poltroncina in simil pelle amaranto, consumata sui braccioli che disegnano due angoli poco meno che acuti m'invita a saggiarla: il sedile è sufficientemente morbido, si sgonfia con un sibilo sotto il mio sedere ma mi domando mentre appoggio le braccia atteggiandole in un'angolazione altrettanto bizzarra quanto i braccioli e stringendomi leggermente nelle spalle quante persone di dimensioni un po' meno ridotte delle mie (che ho la taglia di una bambina di dieci anni, per capirsi) ci si potrebbero accomodare senza restarne incastrati. Un'altra macchina da scrivere nera spicca sul mobiletto di legno lucido; l'affianca un vecchio apparecchio per i telex. Evidentemente il vecchio immobiliarista è un nostalgico.
Passa qualche altro minuto, finché si palesa il figlio. Se possibile, è più malinconico del padre. Capelli neri diradati sul cranio squadrato, come sarebbe evidente se se ne facesse una sezione aerea, a occhio ha più o meno la nostra età, tra i trenta e i quaranta, per usare una categoria statistica al posto dell'osservazione empirica. Perché il figlio immobiliarista è di quel tipo difficilmente catalogabile all'anagrafe: forse era già così a dieci anni. L'occhio tondo da triglia lascia trasparire un non eccelso QI. E però il ragazzone si sforza di darci una speranza, mentre non ci fa neanche segno di accomodarci (aridagli) sulle sedie dello studiolo di poco più moderno dell'anticamera, affollato di agende bancarie in pelle (macché pelle) nera e da registri lisi sui quali annota, come in un archivio degli anni Cinquanta, le caratteristiche dell'appartamento che vogliamo. Quello dei sogni, certo, ammobiliato o meno è uguale, purché non al di sopra dei 400-450 euro, magari pure in centro e se possibile con contratto regolare. Poi magari vogliamo pure un caffè e la pastarella, tutto compreso nella trattativa. Facile come bere un bicchiere d'acqua, sì sì.
Ma la proprietaria non vuole single, sapete, è di quelle donne di chiesa... e beh, certo. Noi ci sposiamo prima di entrare nel suo economicissimo e senz'altro confortevolissimo appartamento sulla statale. Me l'immagino già la trafila: 740, garanzie di babbo.
Andiamo, su. Meglio uscire all'aria.
Il ritratto della bigotta che mai sarà la nostra nuova proprietaria è il dejavu di quella che purtroppo padrona di casa lo è stata davvero.
Meglio non svelare pubblicamente il suo nome: se malauguratamente queste parole le capitassero sotto mano sarebbe capace di farmi causa, considerando che ha avuto il buongusto di chiederci indietro trenta euro della registrazione del contratto dopo essersi inguattata la caparra attaccandosi a un cavillo quanto meno dubbio. Sapeva, del resto, che non l’avremmo mai citata in giudizio, tanto di cappello alla sua furbizia, niente da dire.
Anzi no, troppo da dire.
Il cappellino di lana, tondo, da nonnina, nascondeva una chioma stopposa, neanche troppo imbiancata. Perché la megera, chiamiamola disneyanamente Crudelia Demon, non era poi così anziana, solo che se ne stava rannicchiata sulla sedia di velluto rosso del tremolante commercialista adducendo una grave influenza a ragione del suo portamento monacale e dimesso.
E invece le frullava ben altro nella testa. Cose tipo “questa qui mi sembra una buona polla da spennare, con quella faccia da Madonnina infilzata (cit. dalla nonna, ormai buonanima, di un mio ex)”. Anche il mio “ragazzo”, del resto, non aveva certo l’aria di un avanzo di galera, il che, in certi casi, può essere un difetto. Due tipi che non fanno paura neanche a un cane traumatizzato dalle bastonate (giuro, è successo davvero) non possono dare grane: sicuro come la morte che pagano tutto fino all’ultimo centesimo e pure di più.
Entrati in possesso dell’abitazione, un bilocale al quarto piano senza ascensore sulla sommità di un palazzo un tempo di un certo pregio, caduto in disgrazia come un nobile durante la rivoluzione d’ottobre, capiamo abbastanza in fretta di aver commesso, mi si passi l’eufemismo, un’imprudenza.
I segnali del clamoroso errore di valutazione non si manifestano tutti insieme, no, però alcuni sono palesi già dal primo giorno di permanenza.
Punto uno. La porta è vecchia, solcata da inquietanti crepe verticali che lasciano intuire che basterebbe una spallata per buttarla giù.
Punto due. I materassi ricondotti malauguratamente in casa dalla cantina nel piano interrato emanano un inquietante odore di muffa. Per il momento pensiamo di avvolgerli in doppio, triplo lenzuolo, ma capiamo dopo pochi minuti che dormirvi senza rischiare di essere assaliti da qualche pantegana insinuatasi tra un grumo di lana e l’altro (ma erano di lana? Chi può saperlo, tanto erano consunti) non era opportuno per la nostra salute.
Quindi decidiamo di aprire il divano letto, quello che Crudelia Demon diceva che avrebbe potuto fungere da giaciglio per eventuali ospiti. E qui arriva il doloroso, quanto prevedibile punto tre: il nuovissimo divano a due piazze nascondeva al proprio interno una resistente, questo sì, rete matrimoniale, tuttavia priva di materasso, neanche di quelli bassi bassi, di gommapiuma.
Un moto di rabbia s’impossessa di me, capisco come in un’illuminazione buddista di essere stata gabbata.
Ma le sorprese non erano finite.
Nel giro di pochi giorni si manifesta il punto quattro, sotto forma di orrendi insetti schiacciati, neri e traslucidi. Il trasloco nell’avita dimora, del resto, era avvenuto in aprile, con l’esplodere della bella stagione, nel trionfo della vita che rinasce. Perché mai dovevano essere esclusi dal moto creativo solo i simpatici animaletti? E infatti, loro, sentono il calore di una casa di nuovo abitata, si inebriano delle briciole lasciate nella spazzatura, dell’umido della vasca, delle cacche di piccione attaccate sulle balaustre delle porte-finestra. Ridurli al silenzio, con un’operazione chirurgica di quelle che piacciono tanto agli americani, ci è costata una certa fatica e una discreta intossicazione da insetticida. Però alla fine, ce l’abbiamo fatta.
Crudelia, nel frattempo, ci aveva avvisato che quando avessimo lasciato la sua impeccabile proprietà avremmo dovuto restituirle i materassi. Sicuro, pensavamo, mentre li facevamo rotolare giù dalle scale fino all’ingresso della cantina, dando loro calci non proprio eleganti, dopo averli avvolti in doppi strati di cellofan, per assicurarci di non toccarli oltre, non certo per proteggerli meglio dalla polvere.
E arrivò anche il giorno che tornando a casa, infilando la chiave nella saldissima serratura, mi sono accorta che qualcuno aveva provato a forzarla. Per fortuna, il tentativo d’effrazione, in gergo poliziesco, non era andato a buon fine ma lo spavento mi spinse ad avvisare Crudelia. Lei, naturalmente, non poteva farci nulla. E figuriamoci, tanto se buttavano giù la porta le uniche cose di valore erano le mie. A no, dimentico i ninnoli che la prima settimana avevo provveduto a riporre negli angoli meno accessibili: una fruttiera di ceramica dalla foggia settecentesca (solo la foggia, s’intende) con tanto di frutta di plastica coordinata. Un porta-foto con cornice d’argento spessa, di quelle che si regalano alle comunioni, e all’interno il ritratto di una giovane donna in abiti ordinari tendenti al triste, chissà, forse la precedente occupante o magari una tizia morta prematuramente vent’anni prima e ricordata malinconicamente con quell’orribile scatto, pure un po’ sfocato. Una roba inquietante comunque, che faceva il paio con gli arredi di legno plasticato, contornati da guide dorate, massicce, un comò-scrittoio con le gambe convesse e ghirigori finto Luigi XIV e un comodino (uno solo) alto e stretto con il piano di marmo, molto casa della nonna anni Quaranta.
Ogni volta che passava un camion i vetri di tutta la casa tremavano da paura. E poi le sirene del vicino ospedale che squarciavano la notte lacerando i sogni.
Un piccolo excursus per dire che dopo diversi mesi, al momento del tentativo di furto, la casa di Crudelia aveva già rivelato in pieno tutte le proprie potenzialità mefitiche. Di pagare a metà con i proprietari una porta blindata che poi sarebbe rimasta a loro proprio non se ne parlava. Crudelia sembrava delusa quando al telefono sciogliemmo la riserva: la porta blindata te la paghi tu, ora però fateci una qualche dannata riparazione, altrimenti un pochino ci arrabbiamo.
Una mattina arrivano i “Demon”. Quanto s’era atteggiata a fine e angelica nonnina, lei, tanto sembrava uscito da Bianco, rosso e verdone, lui. Per la precisione, era l’incarnazione del clichè del meridionale cafone, arrogante e malmesso. Panza prominente e manone grosse, mister Demon fortifica la già provata porta d’ingresso con una doppia serratura da soffitta, di quelle che basterebbe un buon cacciavite per smontarla in cinque minuti. Non osiamo dire nulla, anche perché, se non vado errata, una parte della riparazione (tipo cinque euro) l’abbiamo pagata noi.
Ma tant’è Milan l’era Milan: per “laurar” va bene pure un tugurio, né più né meno degli immigrati stranieri, esattamente (o quasi) come i nostri nonni solo cinquant’anni fa.
Ma siccome la sociologia non m’è molto simpatica (fondamentalmente mi sembrano tutte chiacchiere, mi perdonino i seri professionisti che la praticano) e dal momento che, del resto, anch’io vendo fumo come un sociologo, cioè esercito un altrettanto inutile lavoro intellettuale, un po’ mi giravano le balle di vivere come un prossimo candidato alla mensa della Caritas.
Arrivò infatti l’inverno che la caldaia tirò le cuoia: la colpa, poveretta, non era tutta sua ma, per transustanziazione (?), di Crudelia sì. Mi aveva detto di fare riferimento al suo idraulico quando avessi dovuto metterle il nuovo bollino per i fumi. Dovevo immaginare che se era un suo amico non poteva essere a posto. Il tipo era un ometto sui cinquanta, chiaramente un altro meridionale milanese di recente acquisizione, tarchiato e visibilmente arrapato. Il suo intervento è risolutore, nel senso che sfascia la caldaia del tutto, poi alla meno peggio la fa ripartire ma la cosa non dura. Io so solo che ho tirato fuori forse 50 euro e che dopo poco ho realizzato che la cosa migliore era chiamare (ad averlo fatto subito, maledizione) il call center della ditta produttrice della caldaia. Dopo quindici giorni di freddo e gelo (forse è per questo che a dist